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Attualità

Kioto: da Monza a Cerignola portando con sé il suo stile industrial, post punk e non solo

Si racconta parlando del suo amore per la musica e dei suoi progetti futuri

Una vita che è sempre stata permeata dalla musica, quella di Roberta Russo – con il suo progetto musicale solista Kyoto – nata a Monza, di origine cerignolane e 'adottata' - come lo definisce lei - da Bari nel 2015. Oltre ad essere cantautrice è anche batterista, produttrice e performer.

Uno stile musicale il suo, che non coincide con uno in particolare ma ne mescola diversi, fino a creare canzoni che semplicemente esprimono ciò che è, la sua identità. Una musica che evidenzia il suono, il ritmo, che fa immergere - chi ascolta - in un mondo apparentemente irreale, chimerico; ma che porta con sé tanto significato.

Abbiamo chiesto quindi Kioto di parlarci di lei, della sua esperienza musicale, delle sue sensazioni, del suo stile.


C'è stato un momento in particolare in cui hai capito che ti saresti dedicata al canto, alla musica, al cantautorato?
«Non so se riesco a individuare un momento preciso. La musica ha sempre fatto parte della mia vita, in forme diverse, in tempi diversi. È stata una presenza costante, anche quando non avevo ancora deciso che potesse diventare qualcosa di centrale, quasi totalizzante.

Probabilmente la consapevolezza è arrivata in maniera graduale, senza un'epifania vera e propria. Però ricordo che quando ho dato vita a Kyoto e ho iniziato a suonare sempre di più, a girare, a confrontarmi con il palco e con il pubblico, ho sentito qualcosa di molto chiaro: quella era l'unica cosa che davvero mi faceva respirare. Non tanto l'idea di essere "cantautrice" o "cantante", ma proprio il gesto del suonare, lo stare su un palco e trasformare tutto quello che nella quotidianità non riesco a esprimere in un atto collettivo.

Per me il concerto è un rito. È il momento in cui ciò che è intimo diventa condiviso, e
questa trasformazione ha qualcosa di potentissimo. La musica è la mia salvezza più grande, ma allo stesso tempo è anche la mia rovina. È una relazione disfunzionale, un amore tossico e fortissimo. È qualcosa per cui sto sacrificando tanto, investendo tempo, energie, soldi, stabilità. A volte ti regala esperienze che non avresti mai immaginato, altre volte ti scaraventa nel baratro. E spesso non è solo la musica in sé, ma il sistema musicale, con le sue dinamiche e le sue contraddizioni. È un discorso complesso, ma fa parte del pacchetto» .

Oltre ad essere cantante sei anche batterista. Quanto è importante questo strumento musicale nelle tue canzoni e perché?
«Ho studiato batteria per molti anni, anche se da tempo non la coltivo più in modo costante. Però è uno strumento che mi ha formato profondamente, e questo rimane.

La batteria per me non è solo uno strumento: è un linguaggio. Nel primo lavoro, 'Limes Limen', tutto è costruito sulle ritmiche, perché il ritmo è il modo più istintivo e viscerale che ho di entrare nella musica. È la mia porta d'accesso. Prima ancora dell'armonia o della melodia, c'è il battito.

Nel nuovo disco che stiamo scrivendo sto cercando di mantenere questo approccio, ma con una consapevolezza diversa. Se prima era tutto più istintivo e quasi brutale, ora sto cercando una maturità nel modo di usare la ritmica: meno impulso fine a sé stesso, più direzione. Però resta il mio centro. La ritmica e la batteria, anche quando non le suono direttamente, sono l'ossatura di tutto ciò che faccio
».

Come definiresti il tuo stile musicale, cosa vorresti esprimere con le tue canzoni e come speri possano essere d'aiuto a coloro che le ascoltano?
"Non ho mai saputo definire davvero il genere di questo progetto. Forse perché non nasce da un'intenzione stilistica, ma dall'incontro tra le mie influenze e quelle delle persone con cui lavoro. All'inizio con Truemantic alla produzione, ora con Corrado al violino, Elio alla chitarra, Michele alla batteria: ognuno porta un mondo.

Se dovessi elencare delle suggestioni direi industrial, post punk, cantautorato, e nel nuovo lavoro anche noise, psichedelia, jazz. Ma è una definizione sempre parziale. È più un flusso che un'etichetta.


Nei brani esprimo quello che provo. A volte in modo estremamente personale, quasi diaristico; altre volte in modo più collettivo e politico. Ma tutto parte da un mio sentire autentico. Non scrivo mai per 'tema', scrivo per necessità.

Non ho la presunzione di pensare che le mie canzoni debbano servire a qualcosa. Quello che mi auguro è che creino connessioni. Che qualcuno possa ascoltare un brano e sentirsi meno solo, o semplicemente attraversato da qualcosa. La forza dell'arte sta lì: nel creare ponti invisibili. Se poi quello che scrivo può anche aiutare qualcuno, non posso che esserne felice
».

Bari è la tua città d'origine: lo stile e la vita barese rientra o comunque influisce o ha influito sulla tua scrittura e sulla tua musica?
«In realtà non sono nata a Bari. Sono cresciuta a Monza fino ai 16 anni, le mie origini sono di Cerignola, dove ho concluso gli ultimi anni di scuola. Bari però mi ha adottata nel 2015.

È stata la città che mi ha accolta davvero, che mi ha guidata, che mi ha dato spazio. È stata fondamentale per la mia formazione, non solo musicale ma anche umana. Lì ho trovato persone che hanno creduto in me, occasioni per suonare, per sbagliare, per crescere.

Le devo tanto. È la città che sento più casa, anche se non è il luogo in cui sono nata. E credo che questo senso di appartenenza scelta, più che eredita
ta, abbia inciso anche sulla mia scrittura: c'è sempre un'idea di radicamento che non è mai scontato, ma conquistato»

Avendo percorso già così tanta strada durante questa tua carriera musicale, se dovessi dare un consiglio ai giovani che vogliono intraprendere la stessa strada cosa diresti loro?
«Questa domanda mi fa sempre sorridere, perché la percezione esterna è spesso molto diversa da quella interna. Da fuori può sembrare che io abbia fatto tanta strada, e in parte è vero. Ma dentro mi sento ancora piena di dubbi, e a volte avrei io per prima bisogno di consigli.

L'ambiente musicale italiano può essere molto confuso, a tratti illusorio. Ti può esaltare e subito dopo ridimensionare. Il consiglio che mi sento di dare è di non farsi travolgere né dai momenti di vuoto né da quelli di pieno. Se scegli questa strada, sei destinato a vivere entrambi in modo molto intenso.

Non bisogna pensare che la verità sia nei momenti in cui non succede nulla, ma nemmeno credere che coincida con quelli in cui tutto sembra funzionare. È un equilibrio difficile, e lo dico anche a me stessa. È un reminder continuo: ancora non ho piena padronanza di questa cosa, ma sto imparando
».

Progetti futuri?

«In questo momento stiamo scrivendo il nuovo disco. È un processo lungo, complesso, e ci sta mettendo alla prova sia fisicamente che mentalmente. Ci stiamo evolvendo, e sento che questo lavoro sarà come un figlio, soprattutto per la fatica e la cura che stiamo investendo per produrlo.

È un disco più maturo, più suonato, più cantato. C'è più consapevolezza, ma anche più rischio. Spero davvero di potervelo far ascoltare al più presto, ma senza cedere alla fretta e alla frenesia che questa società ci impone. Vogliamo rispettare i tempi del lavoro, non quelli dell'ansia.

Nel frattempo non faremo molti live, perché abbiamo bisogno di concentrazione. Però qualcuno lo annunceremo presto. E come sempre, sarà un rito collettivo
».

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