Teresa Potenza
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Cerignola, la casa fantasma di Teresa Potenza : «Nessuno l'ha mai voluta»

Nel cuore di Cerignola Vecchia un immobile legato al passato criminale continua a restare senza destinazione. La denuncia della testimone di giustizia

A distanza di anni dalla sua uscita dal contesto criminale e dalla scelta di collaborare con le istituzioni come testimone di giustizia, Teresa Potenza continua a fare i conti con un immobile che rappresenta una delle eredità più dolorose del suo passato. Una casa nel cuore di Cerignola Vecchia, formalmente intestata a lei ma che, come racconta, non ha mai realmente nè posseduto né gestito. Una vicenda che intreccia violenza, intimidazioni, tentativi falliti di restituzione alla collettività e un lungo stallo amministrativo che ancora oggi non trova soluzione.

«Nell'ultimo periodo della mia convivenza con il boss Giuseppe Mastrangelo, la mia vita era un inferno fatto di violenza e sopraffazione. Subivo aggressioni e, allo stesso tempo, venivo utilizzata come copertura».

Teresa Potenza ricostruisce così il contesto in cui maturò l'intestazione dell'immobile.

«La casa, formalmente intestata a me per volontà del boss per ovvi motivi di convenienza e schermatura, non l'ho mai considerata mia. Di fatto non lo è mai stata: non ne ho mai avuto la reale disponibilità, né il possesso, né alcun beneficio. Era un'intestazione meramente formale, funzionale a logiche che non mi appartenevano e che non ho mai condiviso».

L'immobile, spiega, faceva parte di un sistema più ampio di intestazioni fittizie.

«Essendo una persona incensurata, venivo strumentalizzata per intestazioni fittizie: un'automobile nuova, un conto corrente e infine una piccola casa nel quartiere di Cerignola Vecchia. Quei beni non erano miei, ma erano parte di un sistema di schermatura utilizzato per occultare interessi e disponibilità del contesto criminale».

Quando riuscì ad allontanarsi definitivamente da quell'ambiente, il suo obiettivo fu interrompere ogni legame con quel passato.

«Quando riuscii finalmente a sottrarmi a quella situazione, la mia unica priorità fu liberarmi di ogni bene riconducibile a quel passato. Non volevo nulla che appartenesse a quel mondo. Per questo tentai di destinare l'immobile a una realtà sociale, nella speranza che potesse diventare un luogo di riutilizzo e riscatto».

Quel tentativo, però, si scontrò con una realtà fatta di timori e resistenze.

«Il percorso di rinascita, tuttavia, si scontrò con il clima di paura che avvolge il territorio. Le persone incaricate di valutare la donazione si presentarono sul posto, ma si tirarono indietro dopo aver percepito il contesto e il livello di intimidazione presente nella zona».

Per molto tempo Teresa Potenza ritenne che la procedura fosse stata completata.

«Per anni rimasi convinta che la procedura fosse stata portata a termine. Solo successivamente scoprii che la donazione non era mai andata a buon fine».

Nel frattempo, dopo la decisione di testimoniare davanti alla magistratura, la questione dell'immobile tornò a emergere anche nell'ambito delle verifiche giudiziarie.

«In seguito alla mia decisione di testimoniare ai magistrati, durante gli accertamenti giudiziari mi fu contestata la titolarità dell'immobile. Io ribadii che non rappresentava più in alcun modo la mia realtà, avendo già avviato il percorso di cessione».

Successivamente, nell'ambito della "Operazione Cartagine", le forze dell'ordine effettuarono una perquisizione nell'immobile, rinvenendo sul terrazzo un arsenale riconducibile ad attività criminali. Un episodio che confermò come quella casa fosse rimasta inserita in dinamiche completamente estranee alla vita della testimone di giustizia.

Per Teresa Potenza quell'immobile continua a rappresentare esclusivamente una ferita aperta.

«L'immobile rappresenta il passato più doloroso della mia vita, un'eredità mai voluta e mai gestita da me in alcun modo. Per questo motivo è fondamentale chiarire che non ho mai pagato né sto pagando alcuna tassa relativa a quella casa, poiché la situazione fiscale e amministrativa è seguita esclusivamente attraverso il Servizio Centrale di Protezione e i miei legali».

Eppure, circa dieci anni fa, iniziarono ad arrivare cartelle esattoriali e richieste di pagamento legate all'immobile.

«A quel punto scoprii che la donazione non era mai stata formalmente conclusa e che l'immobile risultava ancora a mio nome».

Da allora sono stati avviati nuovi tentativi per risolvere definitivamente la situazione.

«Da quel momento ho avviato, tramite i miei legali, tutte le procedure necessarie per cercare di liberarmi di quel bene. Non ho mai avuto contatti diretti con il Comune o con gli uffici amministrativi: ogni interlocuzione è sempre avvenuta esclusivamente tramite il mio avvocato, per ragioni di sicurezza e correttezza istituzionale».

Nemmeno i successivi cambiamenti amministrativi avrebbero prodotto risultati concreti.

«Successivamente, dopo il commissariamento del Comune per infiltrazioni mafiose, è stato sempre il mio legale a tentare nuovi contatti con l'amministrazione e con i soggetti competenti, al fine di proporre la cessione gratuita dell'immobile al patrimonio pubblico. Anche in questo caso, le interlocuzioni sono rimaste frammentarie e senza esito concreto».

Nel suo racconto, Teresa Potenza tiene inoltre a chiarire un aspetto spesso oggetto di equivoci.

«È importante chiarire un punto: non sono mai stata una collaboratrice di giustizia, ma una testimone di giustizia».

Una distinzione sostanziale che riguarda il modo in cui ha contribuito all'attività investigativa.

«Ho testimoniato su fatti di cui sono venuta a conoscenza e che ho vissuto direttamente, fornendo il mio contributo alle autorità su richiesta degli inquirenti».

Ancora oggi la vicenda resta senza una conclusione definitiva.

«L'immobile rappresenta il passato più doloroso della mia vita, un bene mai voluto e mai gestito, rimasto sospeso tra formalità e realtà».

Eppure, a distanza di anni, la situazione resta immobile.

Più che altro emerge l'assenza di decisioni concrete da parte del Comune. Si parla spesso di lotta alla mafia, di legalità e di coraggio istituzionale, ma quando si tratta di trasformare queste parole in atti concreti, tutto si ferma. Perché la verità è questa: tutti parlano di mafia, ma quando la mafia lascia paura nei territori, molti si tirano indietro.

Lasciare questa situazione sospesa significa continuare a scaricare su una persona che ha già pagato un prezzo altissimo il peso di un passato che non le appartiene. È necessario che chi ha competenza intervenga in modo definitivo, assumendosi finalmente la responsabilità delle decisioni che finora sono mancate.


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