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Attualità
Otto anni senza giustizia: il caso di Donato Monopoli torna a Fuori dal Coro
Ieri sera trasmessa l’intervista a Michele Verderosa e il servizio ricostruiva l’intera vicenda
Cerignola - lunedì 20 aprile 2026
11.51
Ieri sera, il programma Fuori dal Coro, condotto da Mario Giordano su Rete 4, ha riportato al centro dell'attenzione nazionale il caso di Donato Monopoli – giovane di 26 anni di Cerignola deceduto dopo un'aggressione – attraverso un servizio durissimo sulla sua morte, intervistando uno dei presunti aggressori: il foggiano Michele Verderosa.
In studio erano presenti i genitori di Donato, che hanno assistito al servizio e hanno raccontato il loro dolore direttamente durante la trasmissione. L'inviata ha cercato più volte di ottenere risposte chiare sulla morte di Donato Monopoli, ricordando all'uomo la condanna a sette anni in appello per omicidio preterintenzionale. «Sei stato condannato a sette anni!» «E allora?» risponde Verderosa.
La reazione della giornalista, così come quella degli spettatori a casa, è stata di incredulità e rabbia. Ma non è stato l'unico atteggiamento grave per cui si è contraddistinto il foggiano: in virtù della sua presunta "innocenza", ha provato perfino a minimizzare parlando di un semplice colpo al sopracciglio, in netto contrasto con quanto accertato dalle perizie, che parlano di emorragia cerebrale.
Il momento più grave si è verificato durante l'intervista, quando Verderosa, infastidito dalle domande, ha reagito con insulti pesanti e a sfondo sessista rivolti all'inviata. Tra le frasi riportate nel servizio, anche espressioni offensive in dialetto come: «Si' nu schife 'e femmn».
Un episodio che ha mostrato un chiaro atteggiamento aggressivo e irrispettoso. Donato aveva 26 anni quando, nell'ottobre del 2018, perse la vita a seguito di una violenta aggressione in una discoteca a Foggia. Una rissa nata per futili motivi, degenerata in pochi istanti.
Secondo le ricostruzioni, il giovane si era avvicinato con l'intento di calmare gli animi. Invece, fu colpito con violenza: un pugno lo fece cadere a terra, seguito da altri colpi mentre era ormai inerme. Le sentenze di primo e secondo grado avevano stabilito che a causare la morte – avvenuta per emorragia cerebrale – fossero stati Francesco Stallone e Michele Verderosa, condannati rispettivamente a 10 e 7 anni per omicidio preterintenzionale. Dopo otto anni di processi, però, è arrivata la svolta: la Corte di Cassazione ha annullato le condanne con rinvio. Il processo dovrà essere rifatto.
Un punto che ha suscitato indignazione è che, in tutto questo tempo, i due imputati non hanno mai scontato un giorno di carcere. La difesa sostiene che i responsabili non potessero prevedere le conseguenze dei colpi sferrati. Sarà ora la Corte d'Assise a dover rivalutare elementi fondamentali come volontarietà e prevedibilità dell'evento.
Durante la trasmissione, i genitori di Donato, presenti in studio accanto a Mario Giordano, hanno raccontato un dolore che non si è mai attenuato: «La mattina vado nella sua stanza… è tutto rimasto lì. Vorrei sentire il suo profumo. È un dolore che non finirà mai». Ancora più forte il ricordo dell'ultimo saluto del padre: «Era irriconoscibile. Il viso gonfio… non era mio figlio» La famiglia denuncia anche la totale assenza di scuse da parte degli imputati.
Nel corso della trasmissione, la madre ha descritto il lungo iter giudiziario come un vero calvario: «Ogni udienza è un inferno. Siamo stanchi di rinvii e tribunali. Vogliamo solo giustizia e dignità per nostro figlio». Parole che riassumono il senso di frustrazione di una famiglia che, dopo otto anni, si trova ancora senza una verità definitiva.
In studio erano presenti i genitori di Donato, che hanno assistito al servizio e hanno raccontato il loro dolore direttamente durante la trasmissione. L'inviata ha cercato più volte di ottenere risposte chiare sulla morte di Donato Monopoli, ricordando all'uomo la condanna a sette anni in appello per omicidio preterintenzionale. «Sei stato condannato a sette anni!» «E allora?» risponde Verderosa.
La reazione della giornalista, così come quella degli spettatori a casa, è stata di incredulità e rabbia. Ma non è stato l'unico atteggiamento grave per cui si è contraddistinto il foggiano: in virtù della sua presunta "innocenza", ha provato perfino a minimizzare parlando di un semplice colpo al sopracciglio, in netto contrasto con quanto accertato dalle perizie, che parlano di emorragia cerebrale.
Il momento più grave si è verificato durante l'intervista, quando Verderosa, infastidito dalle domande, ha reagito con insulti pesanti e a sfondo sessista rivolti all'inviata. Tra le frasi riportate nel servizio, anche espressioni offensive in dialetto come: «Si' nu schife 'e femmn».
Un episodio che ha mostrato un chiaro atteggiamento aggressivo e irrispettoso. Donato aveva 26 anni quando, nell'ottobre del 2018, perse la vita a seguito di una violenta aggressione in una discoteca a Foggia. Una rissa nata per futili motivi, degenerata in pochi istanti.
Secondo le ricostruzioni, il giovane si era avvicinato con l'intento di calmare gli animi. Invece, fu colpito con violenza: un pugno lo fece cadere a terra, seguito da altri colpi mentre era ormai inerme. Le sentenze di primo e secondo grado avevano stabilito che a causare la morte – avvenuta per emorragia cerebrale – fossero stati Francesco Stallone e Michele Verderosa, condannati rispettivamente a 10 e 7 anni per omicidio preterintenzionale. Dopo otto anni di processi, però, è arrivata la svolta: la Corte di Cassazione ha annullato le condanne con rinvio. Il processo dovrà essere rifatto.
Un punto che ha suscitato indignazione è che, in tutto questo tempo, i due imputati non hanno mai scontato un giorno di carcere. La difesa sostiene che i responsabili non potessero prevedere le conseguenze dei colpi sferrati. Sarà ora la Corte d'Assise a dover rivalutare elementi fondamentali come volontarietà e prevedibilità dell'evento.
Durante la trasmissione, i genitori di Donato, presenti in studio accanto a Mario Giordano, hanno raccontato un dolore che non si è mai attenuato: «La mattina vado nella sua stanza… è tutto rimasto lì. Vorrei sentire il suo profumo. È un dolore che non finirà mai». Ancora più forte il ricordo dell'ultimo saluto del padre: «Era irriconoscibile. Il viso gonfio… non era mio figlio» La famiglia denuncia anche la totale assenza di scuse da parte degli imputati.
Nel corso della trasmissione, la madre ha descritto il lungo iter giudiziario come un vero calvario: «Ogni udienza è un inferno. Siamo stanchi di rinvii e tribunali. Vogliamo solo giustizia e dignità per nostro figlio». Parole che riassumono il senso di frustrazione di una famiglia che, dopo otto anni, si trova ancora senza una verità definitiva.
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