Di Vittorio e Colopi
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Cerignola, la lettera del giovane Di Vittorio e il rifiuto di Pavoncelli ispirano “La dignità” di Colopi

Nel libro di Marcello Colopi racconta il gesto del ventisettenne cerignolano che diventa simbolo di coerenza, responsabilità ed etica

Una lettera privata, scritta nel 1920 da un Giuseppe Di Vittorio appena ventisettenne, è diventata il punto di partenza di una riflessione più ampia sul rapporto tra etica pubblica, rappresentanza e responsabilità politica. Attorno a quel documento ruota il libro La dignità. La lettera di Giuseppe Di Vittorio di Marcello Colopi, sociologo, ricercatore, autore teatrale e divulgatore culturale, che sarà presentato a Barletta il 18 giugno.

La lettera, indirizzata all'industriale agrario Giuseppe Pavoncelli, contiene il rifiuto di un dono natalizio ricevuto dal futuro leader sindacale. Un gesto apparentemente semplice, ma che, secondo Colopi, racchiude il senso profondo della figura di Di Vittorio e del suo rapporto con la comunità che rappresentava.

«Io sono venuto a conoscenza di questa lettera come l'ha conosciuta tutta l'Italia», spiega Colopi. Il documento emerse pubblicamente nel 2007, quando la famiglia Pavoncelli lo rese disponibile durante le attività legate alla realizzazione della fiction Pane e Libertà. La sua diffusione ebbe una risonanza nazionale e contribuì a riaccendere l'interesse degli studiosi.

Il lavoro di Colopi, però, non è consistito nel ritrovamento materiale della lettera, quanto nella ricostruzione del contesto storico in cui fu scritta.

«Tutto nasce da una necessità legata al mio lavoro di autore teatrale. Volevo raccontare la memoria e ho sentito il bisogno di capire fino in fondo il mondo in cui quella lettera era nata».
Per questo ha studiato fonti storiche, biografie e documenti d'archivio, soffermandosi in particolare sul volume Sotto stretta sorveglianza, che raccoglie i rapporti redatti nel corso degli anni da polizia, prefetture e apparati di controllo su Di Vittorio.

«Ho analizzato quella lettera parola per parola, cercando di ricostruire tutto ciò che accadeva attorno a lui in quel periodo. Solo così è stato possibile comprenderne davvero il significato».

Da quel lavoro è nato prima uno spettacolo teatrale e poi il libro. Ma il vero protagonista della ricerca non è il Di Vittorio già affermato che la storia consegnerà al Paese. È il giovane Di Vittorio.

«Quando scrive questa lettera ha appena 27 anni. Non è ancora il parlamentare, il costituente o il grande dirigente sindacale che conosciamo. È un ragazzo di Cerignola che vive ancora nella sua città, ha una figlia di pochi mesi, è sposato da meno di un anno e conduce una vita molto vicina a quella dei braccianti che rappresenta».

Dalle sue parole emerge una figura sorprendentemente moderna.

«La prima cosa che colpisce è la sua consapevolezza. Comprende che sta arrivando una stagione difficile. Siamo nel 1920 e lui percepisce già il clima di tensione che di lì a poco avrebbe favorito l'affermazione del fascismo. Definisce la politica brutale e cinica. Ha intuito che qualcosa di grave sta per accadere».

Ma c'è un altro elemento che rende quella lettera straordinariamente attuale.

«Di Vittorio sa che ogni suo comportamento viene osservato e giudicato. Comprende che chi ricopre un ruolo pubblico non può limitarsi a essere onesto: deve anche essere riconosciuto come tale».

Nella lettera compare infatti un passaggio che Colopi considera centrale: l'onestà interiore, da sola, non basta se non è accompagnata da un'onestà visibile agli occhi della comunità.
È proprio questa consapevolezza che lo porta a rifiutare il dono inviato da Pavoncelli.

«La cosa interessante è che non c'è alcuna aggressività. Non lo rifiuta perché Pavoncelli è ricco o perché rappresenta una classe sociale diversa. Al contrario, nella lettera lo tratta con rispetto e riconoscenza. Gli fa capire che il pensiero è gradito. Ma aggiunge che, per la sua posizione politica e per il ruolo che ricopre, non può accettare il regalo».

Secondo Colopi, il cuore della vicenda sta tutto qui.

«Di Vittorio non dice: non accetto perché sei un proprietario terriero. Dice: non posso accettare per la mia situazione politica. È una differenza enorme. Il problema non è il dono in sé, ma ciò che quel dono potrebbe rappresentare agli occhi delle persone che lui guida e rappresenta».

Un episodio che assume anche un forte valore simbolico.

«Nella lettera chiede che il pacco venga ritirato possibilmente dalla stessa persona che lo aveva consegnato. È un dettaglio che apparentemente sembra irrilevante, ma che racconta molto. È quasi una lezione pubblica, una forma di pedagogia politica. Mostrare che il dirigente sindacale restituisce il dono significa affermare concretamente la propria autonomia .
Di Vittorio preferisce rinunciare a un dono importante piuttosto che mettere in dubbio la propria credibilità pubblica. A 27 anni aveva già compreso che chi rappresenta gli altri deve essere coerente non solo nelle proprie convinzioni, ma anche nei propri comportamenti ».

Nella ricerca emerge anche un Di Vittorio diverso dall'immagine monumentale a cui spesso viene associato.

«Era un ragazzo come tanti altri. Aveva ambizioni, desideri, vanità. Era perfino un riferimento per i suoi coetanei nel modo di vestirsi. C'è una storia famosa legata al suo cappello, imitato da molti giovani dell'epoca. Mi interessa raccontare anche questo aspetto umano. Prima di diventare un simbolo era un ragazzo che voleva conquistare il mondo».

Per comprendere quella generazione, però, bisogna guardare anche al contesto storico.

«Sono giovani che hanno vissuto l'esperienza della Prima guerra mondiale. Una generazione chiamata nelle trincee a uccidere e a essere uccisa. A Cerignola il conflitto lascia centinaia di morti e un numero ancora maggiore di uomini segnati per sempre. Anche Di Vittorio ne porta i segni. Quando torna trova una società profondamente cambiata, attraversata da tensioni sociali, povertà e aspettative di riscatto».

È in questo scenario che il gesto raccontato nella lettera assume il suo significato più profondo.

«Il titolo del libro, La dignità, racchiude tutto questo. Racconta la coerenza di un uomo che sceglie la strada più difficile pur di non tradire i propri principi. È una lezione che vale ancora oggi. Non riguarda soltanto la politica o il sindacato. Riguarda chiunque eserciti una responsabilità pubblica e scelga di restare fedele alle proprie convinzioni senza cercare scorciatoie».

A oltre un secolo di distanza, quella lettera continua così a parlare al presente. Non come un semplice documento storico, ma come la testimonianza di una scelta che trasformò un giovane leader di provincia in una delle figure più autorevoli della storia italiana del Novecento.
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