Bullismo conseguenze
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Inchiesta: Il fenomeno del bullismo a Cerignola - Parte 3

Intervista al Dott. Gaetano Prudente, psicologo-psicoterapeuta, sulle cause e i danni psicologici connessi al fenomeno

Continuiamo la nostra inchiesta sul bullismo con un nuovo articolo. Dopo aver affrontato la tematica del bullismo nelle scuole dal punto di vista di un dirigente scolastico, e aver intervistato un esperto di programmi anti-bullismo, abbiamo incontrato uno psicologo - psicoterapeuta, il Dott. Gaetano Prudente, che si è già occupato di questi casi per discutere degli aspetti psicologici connessi a un fenomeno così delicato.

Quali sono le cause del bullismo e qual è la figura tipica del "bullo"?
Il bullo che arriva a compiere questi atti o a sua volta è stato "bullizzato" in precedenza, oppure vive delle problematiche familiari particolari (magari ha il padre alcolizzato che lo picchia) e andando a scuola cerca di sfogare la propria rabbia su altri ragazzi. Sicuramente è una persona che ha difficoltà psicosociali e ha bisogno di sentirsi forte e si vuole rifare su chi ritiene essere più debole di lui. Decide di trattare gli altri nel modo in cui si sente trattato. Un potenziale bullo, poi, vede il bullo che viene rispettato dal branco e quindi cerca di entrare nel gruppo o di imitarlo, alimentando ulteriormente il fenomeno.

Quali indizi fanno presagire che un ragazzo è vittima di bullismo?
Si chiude in se stesso, tende ad allontanarsi dal gruppo degli amici, dai familiari, tende a diventare aggressivo, questi sono possibili sintomi che qualcosa stia accadendo. Inoltre, può succedere che a scuola cominci a perdere il passo con lo studio, aumenta il nervosismo e l'aggressività, compie atti di violenza verbale. Le persone che dovrebbero proteggerlo non se ne accorgono, e questo lo porta verso lidi depressivi. Un ragazzo, subendo aggressività, in qualche modo la deve mettere fuori, magari su se stesso, rivolgendo violenza su di sé, nel caso estremo pensando anche al suicidio. Pertanto sta diventando una malattia sociale.

Quali sono i danni psicologici che subisce una vittima?
Nel momento in cui l'autostima diminuisce e il ragazzo si chiude in se stesso, ovviamente arriverà a perdere il contatto con gli altri e a chiudersi in se stesso, avrà disturbi d'ansia, alto stress emotivo, attacchi di panico, fino a raggiungere degli stati depressivi. L'autostima si abbassa, si perdono i contatti sociali, si tende a non parlare con gli altri. Anche dopo vari anni, le difficoltà psicologiche permangono, tanto che si hanno anche difficoltà, per esempio, a trovare lavoro o a crearsi delle relazioni personali stabili.

Perché un ragazzo che è vittima tende a nascondere anche alla propria famiglia le sue problematiche?
Un ragazzo tende a nasconderle pure alla sua famiglia perché parlarne vorrebbe dire ammettere le proprie debolezze. Difficilmente la vittima dice "subisco questo", non ne parla facilmente. E' come un ragazzo che ha subito atti di pedofilia: difficilmente andrà a dire a qualcuno queste cose, nonostante in realtà non abbia nessuna colpa. Attenzione, però.. Magari lui può pensare di averla: "Siccome sono debole, il mio modo di fare, la mia diversità hanno attirato il bullo". Sarebbe come ammettere una sconfitta personale, perciò si genera un senso di colpa inconscio dentro di lui che lo porta a evitare di parlarne. La vittima pensa "Perché a me e non agli altri?" In altri casi, si tende a nasconderle per protezione, perché magari, parlandone, teme che i suoi familiari possano subire ritorsioni. Spesso i genitori, infatti, sono gli ultimi a saperlo, spesso il problema non lo vedono. Dovrebbero, invece, controllare di più se i figli sono potenziali vittime o, nel caso opposto, bulli. Negli ultimi tempi è emerso il fenomeno del cyberbullismo: con gli smartphone o i tablet vengono postate immagini molto personali e spesso un ragazzo sa di essere vessato da qualcuno, ma non sa chi, in maniera anonima, sta compiendo questi atti. Nell'era digitale più facilmente si può arrivare a conseguenze estreme.

Si tratta di un fenomeno esclusivamente maschile?
No, anzi. La figura della donna si sta evolvendo anche in questo ambito. Le ragazze cominciano a "mascolinizzarsi" da questo punto di vista, compiendo certi atti, a volte anche violenti, generalmente verso altre donne. Le ragazze tendono a copiare dai maschi: se devono essere aggressive non utilizzano una forza legata alla femminilità, arrivando a volte alla violenza fisica.

Ci si rivolge troppo tardi da uno psicologo?
Indubbiamente un ragazzo (o meglio, la sua famiglia) non si rivolge subito da uno psicologo, cioè da quando inizia a subire certi atti. Purtroppo, si pensa che sia una ragazzata, che passi subito, cerca di non badarci troppo. In questi casi, invece, è importante la tempestività. Generalmente ci si rivolge quando c'è una forma di bullismo già perpetrata nel tempo, che magari è già arrivata a qualche episodio più grave, ad esempio il ragazzo ha già tentato di fare violenza su se stesso. Da un punto di vista psicologico, il danno prima si affronta e meglio è; più avanti si va e più diventa difficoltoso affrontarlo, come tutte le problematiche di natura psicologica. Magari in un istituto scolastico viene più accettata l'idea di parlarne con uno psicologo, ci sono gli insegnanti che incitano con una scusa a fare una chiacchierata per conoscersi, per parlare ad esempio di scuola e poi piano piano il ragazzo si apre e si confida più facilmente, magari inizialmente facendo riferimento a qualche amico che sta subendo certi atti, per poi scoprire che in realtà sta parlando di se stesso. Se c'è una figura dello psicologo-consulente nella scuola, è più facile che i ragazzi siano spinti a rivolgersi a loro, prendendo fiducia.

E' un fenomeno che va oltre la scuola?
Il fenomeno spesso inizia nella scuola, ma si amplifica lontano dall'edificio scolastico. Più si sta lontani dalla scuola, meno controlli ci sono e più violenza si può esternare. Magari nella classe ci possono essere attacchi verbali, etc. ma fuori si arriva proprio alla manifestazione aggressiva, specie se il bullo è accompagnato da altri, si sente più forte, in superiorità numerica verso un soggetto già debole di per sé. All'inizio c'è una fase di "entrata", poi si va a colpire fisicamente e la difficoltà maggiore è reagire. Se la vittima reagisce fisicamente, rischia di avere una controreazione anche maggiore dall'altro lato.

E allora come si risolve il problema?
Questo è un problema che non si risolve solo con i colloqui psicologo-paziente; indubbiamente ci dev'essere un lavoro di rete, nel quale innanzitutto deve rientrare la famiglia, la scuola, magari altri enti come associazioni di cui il ragazzo fa parte, perché in qualche modo dev'essere protetto da questa situazione e lavorare sulla sua autostima. Magari chi gravita attorno a lui (qualche familiare, amico di scuola) che vede la situazione cerca di spingerlo per farsi chiedere aiuto.
Se il danno psicologico è appurato, è dovere segnalare la cosa, almeno alla scuola, se non all'autorità giudiziaria. In alcuni casi, c'è la tendenza a risolvere il problema in maniera benevola, all'interno della scuola. Per evitare certe situazioni, la prima cosa è la prevenzione; i docenti dovrebbero sensibilizzare i ragazzi, coinvolgendo anche i genitori, che spesso sono assenti. Fare convegni, parlarne spesso è sicuramente utile a questo proposito, così come lo è spingere i ragazzi a parlarne con uno psicologo.
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