
Attualità
L'appello della cerignolana Teresa Potenza: «Ho servito lo Stato, ma oggi lo Stato mi ha abbandonata»
La sua vicenda è al centro del libro "Vittime innocenti di mafia" di Alessia Zuppicchiatti
Cerignola - venerdì 5 giugno 2026
12.13
«Ho servito lo Stato perché volevo giustizia. Oggi però lo Stato ha dimenticato me». Parte da qui l'appello di Teresa Potenza, testimone di giustizia che con le sue dichiarazioni ha contribuito all'avvio di importanti indagini contro la criminalità organizzata e che oggi, a sessant'anni, denuncia una situazione di profonda difficoltà economica e personale.
La sua vicenda è al centro del libro "Teresa Potenza – Vittime innocenti di mafia", scritto da Alessia Zuppicchiatti e impreziosito dalla prefazione di Don Luigi Ciotti. Un progetto nato dall'incontro tra due donne e trasformato in una battaglia civile per il riconoscimento dei diritti dei testimoni di giustizia.
«Non sempre scegliamo le storie. A volte sono loro a scegliere noi», racconta Alessia Zuppicchiatti. «Tutto è iniziato con un nome mai sentito prima: Teresa Potenza. Una voce sconosciuta che, da subito, è diventata presenza, ferita, responsabilità. Da quelle pagine scritte a mano è nato un percorso che non è stato soltanto editoriale, ma umano e civile».
Durante la stesura del libro, spiega l'autrice, una domanda è diventata inevitabile: «Perché in Italia chi collabora con la giustizia viene spesso tutelato più di chi la giustizia la serve da cittadino onesto?». Una riflessione che oggi si intreccia con la denuncia di Teresa. «Io non sono una pentita di mafia. Non ho collaborato per ottenere sconti di pena o benefici. Sono una testimone di giustizia. Ho raccontato ciò che sapevo, ciò che ho visto e ciò che ho vissuto perché era giusto farlo. Eppure oggi mi ritrovo senza una pensione e senza quelle garanzie che mi aspettavo dopo tutto quello che ho sacrificato per lo Stato».
La sua è una storia che attraversa anni di paura, minacce, isolamento e sofferenza. Una vita completamente stravolta dalla scelta di denunciare. Dopo il percorso di protezione, racconta, lo Stato le ha riconosciuto un sostegno economico destinato a consentirle di ricostruire la propria esistenza. Una parte di quelle risorse è stata utilizzata per garantire stabilità alla propria famiglia e per affrontare il difficile percorso di reinserimento.Tra le soluzioni individuate per consentirle di tornare a una vita autonoma vi è stato anche il tentativo di avviare un'attività economica in un territorio lontano da quello di origine.
Un progetto che però non ha prodotto i risultati sperati. «Non ero pronta psicologicamente. Venivo da anni devastanti. Ho provato a ripartire, ma i soldi sono finiti e io sono sprofondata nella depressione». Una ferita che, racconta, ha lasciato conseguenze pesantissime. «Ho tentato più volte di farla finita. Ho avuto il tumore. Ho vissuto anni durissimi. Eppure continuo a chiedermi perché chi testimonia per lo Stato venga poi lasciato solo».
Per Alessia Zuppicchiatti questa vicenda rappresenta una questione che va ben oltre il singolo caso. «I collaboratori di giustizia ricevono tutele e sostegni economici. I testimoni di giustizia, invece, troppo spesso restano soli dopo aver perso tutto per aver fatto la cosa giusta. Per questo questa storia è diventata una missione: far nascere la "Legge Teresa Potenza", per riconoscere finalmente dignità e sostegno economico ai testimoni di giustizia. Un atto di giustizia, prima ancora che politico». Il punto centrale della battaglia di Teresa riguarda proprio la differenza tra collaboratori e testimoni di giustizia. «Oggi spesso veniamo messi sullo stesso piano. Ma io non sono una collaboratrice. Non appartenevo a nessuna organizzazione criminale. Non ho nulla da farmi perdonare. Ho semplicemente scelto di raccontare la verità».Parole che diventano anche una riflessione più ampia sul futuro.
«Come si può chiedere a un cittadino di denunciare se poi vede quello che è successo a me? Quale esempio stiamo dando a chi domani potrebbe trovare il coraggio di parlare?». Domande che Teresa continua a rivolgere alle istituzioni, chiedendo non privilegi ma il riconoscimento del sacrificio compiuto. Ma il prezzo pagato da Teresa Potenza non si misura soltanto in termini economici. La scelta di denunciare le ha imposto di rinunciare a una vita normale. «La gente pensa che tutto finisca con il processo. In realtà la tua vita cambia per sempre.
Ogni pochi anni devi cambiare identità, cambiare città, cambiare abitudini. Devi vivere con un nome che non è il tuo e imparare a essere un'altra persona». Una condizione che Teresa descrive come una sorta di esistenza sospesa. «Quando qualcuno ti chiede chi sei, da dove vieni, cosa hai fatto nella vita, spesso sei costretta a raccontare una storia diversa dalla tua per proteggerti».Una quotidianità fatta di prudenza e solitudine.
«Non riesci mai a fidarti completamente di nessuno. Hai sempre paura di coinvolgere qualcuno in una situazione più grande di lui. Hai paura di fare del male alle persone che ti vogliono bene». Per questo, spiega, anche costruire rapporti affettivi diventa difficile. «Avere un compagno, creare nuove amicizie, immaginare una vita normale diventa complicato. Vivi sempre con il timore che il tuo passato possa riemergere o che qualcuno possa pagare conseguenze che non merita». Una condizione che, secondo Teresa, rappresenta una delle ferite meno visibili ma più profonde lasciate dalla sua scelta di testimoniare.
La sua vicenda è al centro del libro "Teresa Potenza – Vittime innocenti di mafia", scritto da Alessia Zuppicchiatti e impreziosito dalla prefazione di Don Luigi Ciotti. Un progetto nato dall'incontro tra due donne e trasformato in una battaglia civile per il riconoscimento dei diritti dei testimoni di giustizia.
«Non sempre scegliamo le storie. A volte sono loro a scegliere noi», racconta Alessia Zuppicchiatti. «Tutto è iniziato con un nome mai sentito prima: Teresa Potenza. Una voce sconosciuta che, da subito, è diventata presenza, ferita, responsabilità. Da quelle pagine scritte a mano è nato un percorso che non è stato soltanto editoriale, ma umano e civile».
Durante la stesura del libro, spiega l'autrice, una domanda è diventata inevitabile: «Perché in Italia chi collabora con la giustizia viene spesso tutelato più di chi la giustizia la serve da cittadino onesto?». Una riflessione che oggi si intreccia con la denuncia di Teresa. «Io non sono una pentita di mafia. Non ho collaborato per ottenere sconti di pena o benefici. Sono una testimone di giustizia. Ho raccontato ciò che sapevo, ciò che ho visto e ciò che ho vissuto perché era giusto farlo. Eppure oggi mi ritrovo senza una pensione e senza quelle garanzie che mi aspettavo dopo tutto quello che ho sacrificato per lo Stato».
La sua è una storia che attraversa anni di paura, minacce, isolamento e sofferenza. Una vita completamente stravolta dalla scelta di denunciare. Dopo il percorso di protezione, racconta, lo Stato le ha riconosciuto un sostegno economico destinato a consentirle di ricostruire la propria esistenza. Una parte di quelle risorse è stata utilizzata per garantire stabilità alla propria famiglia e per affrontare il difficile percorso di reinserimento.Tra le soluzioni individuate per consentirle di tornare a una vita autonoma vi è stato anche il tentativo di avviare un'attività economica in un territorio lontano da quello di origine.
Un progetto che però non ha prodotto i risultati sperati. «Non ero pronta psicologicamente. Venivo da anni devastanti. Ho provato a ripartire, ma i soldi sono finiti e io sono sprofondata nella depressione». Una ferita che, racconta, ha lasciato conseguenze pesantissime. «Ho tentato più volte di farla finita. Ho avuto il tumore. Ho vissuto anni durissimi. Eppure continuo a chiedermi perché chi testimonia per lo Stato venga poi lasciato solo».
Per Alessia Zuppicchiatti questa vicenda rappresenta una questione che va ben oltre il singolo caso. «I collaboratori di giustizia ricevono tutele e sostegni economici. I testimoni di giustizia, invece, troppo spesso restano soli dopo aver perso tutto per aver fatto la cosa giusta. Per questo questa storia è diventata una missione: far nascere la "Legge Teresa Potenza", per riconoscere finalmente dignità e sostegno economico ai testimoni di giustizia. Un atto di giustizia, prima ancora che politico». Il punto centrale della battaglia di Teresa riguarda proprio la differenza tra collaboratori e testimoni di giustizia. «Oggi spesso veniamo messi sullo stesso piano. Ma io non sono una collaboratrice. Non appartenevo a nessuna organizzazione criminale. Non ho nulla da farmi perdonare. Ho semplicemente scelto di raccontare la verità».Parole che diventano anche una riflessione più ampia sul futuro.
«Come si può chiedere a un cittadino di denunciare se poi vede quello che è successo a me? Quale esempio stiamo dando a chi domani potrebbe trovare il coraggio di parlare?». Domande che Teresa continua a rivolgere alle istituzioni, chiedendo non privilegi ma il riconoscimento del sacrificio compiuto. Ma il prezzo pagato da Teresa Potenza non si misura soltanto in termini economici. La scelta di denunciare le ha imposto di rinunciare a una vita normale. «La gente pensa che tutto finisca con il processo. In realtà la tua vita cambia per sempre.
Ogni pochi anni devi cambiare identità, cambiare città, cambiare abitudini. Devi vivere con un nome che non è il tuo e imparare a essere un'altra persona». Una condizione che Teresa descrive come una sorta di esistenza sospesa. «Quando qualcuno ti chiede chi sei, da dove vieni, cosa hai fatto nella vita, spesso sei costretta a raccontare una storia diversa dalla tua per proteggerti».Una quotidianità fatta di prudenza e solitudine.
«Non riesci mai a fidarti completamente di nessuno. Hai sempre paura di coinvolgere qualcuno in una situazione più grande di lui. Hai paura di fare del male alle persone che ti vogliono bene». Per questo, spiega, anche costruire rapporti affettivi diventa difficile. «Avere un compagno, creare nuove amicizie, immaginare una vita normale diventa complicato. Vivi sempre con il timore che il tuo passato possa riemergere o che qualcuno possa pagare conseguenze che non merita». Una condizione che, secondo Teresa, rappresenta una delle ferite meno visibili ma più profonde lasciate dalla sua scelta di testimoniare.


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