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Attualità
La donna che sfidò la mafia cerignolana: la storia di Teresa Potenza raccontata a Belve Crime
A Belve crime la storia della donna diventata testimone chiave della maxi operazione antimafia che colpì i clan cerignolani negli anni Novanta
Cerignola - mercoledì 20 maggio 2026
9.28
Per anni ha vissuto accanto a uno dei volti più temuti della mafia cerignolana. Prima da ragazza innamorata, poi da vittima di violenze e infine da donna che ha scelto di raccontare tutto agli investigatori. Teresa Potenza, ospite della trasmissione Belve Crime, andata in onda ieri sera, condotta da Francesca Fagnani, ha ripercorso una vita segnata da abusi, paura e omertà.
La sua storia è intrecciata agli anni più sanguinosi della criminalità ofantina e all'Operazione Cartagine, la maxi inchiesta della Dia che colpì la mafia foggiana negli anni Novanta. Teresa Potenza ha 17 anni quando incontra Giuseppe Mastrangelo. Ma la sua storia non comincia lì.
Comincia molto prima, con un'infanzia che lei stessa descrive come segnata da fragilità profonde. «Sono nata come una bambina non voluta», racconta. Un sentimento che la accompagna fin da piccolissima dentro una famiglia giovanissima e complessa: «I miei genitori erano giovanissimi, dei bambini, dei ragazzini».
Cresce con la sensazione costante di non avere una reale protezione: «Non sono mai stata libera nella mia vita. Da quando sono nata non ho mai potuto scegliere». Il primo trauma: l'abuso e il secondo colpo. A poco più di 14 anni inizia a lavorare in una fabbrica di confezioni. È lì che, nel suo racconto, subisce un abuso da parte del datore di lavoro. Un'esperienza che resta chiusa nel silenzio per anni. Il dolore, racconta, viene assorbito senza strumenti per elaborarlo. Ma il trauma non finisce lì.
Molto tempo dopo, durante le fasi processuali, arriva una scoperta che definisce devastante: «Questo è stato un altro colpo che io ho scoperto durante il processo, il maxiprocesso». In aula le viene chiesto: «Ma lei era al corrente che sua madre avesse una relazione col datore di lavoro?». E lei ricorda così quel momento: «Io sono rimasta impietrita e ho fatto finto di non mi importava». Un doppio livello di ferita: l'abuso subito e la percezione successiva di un tradimento familiare. A 17 anni incontra Giuseppe Mastrangelo. Lui ha 26 anni ed già inserito in un contesto criminale.
All'inizio, però, appare come una possibilità di fuga dalla sua realtà. «Per me era il primo uomo… mi sentivo scelta, mi sentivo amata, mi sentivo importante». E aggiunge: «Mi prometteva protezione, una vita nuova». Racconta gli appuntamenti lontano da casa, i viaggi sul Gargano, l'attesa continua di quei momenti: «Mi preparavo, mi mettevo il profumo, mi sentivo bella».
Ma qualcosa non torna. Gli incontri sono rari, sempre organizzati da lui, sempre lontani: «Ci vedevamo solo tre volte al mese, sempre in momenti scelti da lui e sempre di nascosto». La verità emerge improvvisamente durante un controllo delle forze dell'ordine «Una sera arriviamo a un posto di blocco. Gli chiedono i documenti e gli dicono: "Questa macchina è intestata a sua moglie"». È il momento in cui il castello costruito nella sua mente crolla: «Lì è crollato tutto il mio castello». Scopre così che Mastrangelo è sposato e ha già una famiglia. Ma ormai la relazione è già diventata qualcosa da cui uscire è sempre più difficile.
Il contesto in cui entra è quello della mafia cerignolana degli anni '90, che lei descrive così: «Cerignola, in quel periodo, erano gli anni in cui è scoppiata la guerra tra batterie, clan rivali… uccidevano tutti i giorni, tutti i giorni». Secondo le ricostruzioni giudiziarie dell'epoca, tra il 1987 e il 1993 si conterebbero circa 67 omicidi legati agli equilibri criminali del territorio, in un contesto dominato da "batterie" e gruppi in continua trasformazione.
Una struttura fluida, ma estremamente violenta, in cui il controllo del territorio passava attraverso estorsioni, traffico di droga e una lunga scia di morti. Una città attraversata dalla violenza e dalla scomparsa dei corpi: «Tutti i pozzi nelle campagne di Cerignola erano pieni di cadaveri… li buttavano lì, li facevano sparire lì».
In questo mondo, Teresa diventa parte della vita del boss: «Ero praticamente la sua testimone perfetta…il suo alibi». Il punto di rottura arriva quando lui rientra a casa dopo un episodio di sangue. «Quando lui commise questo triplice omicidio… è venuto a casa ed era tutto sporco di sangue vivo e mi rideva». La giustificazione è surreale: «Mi diceva: sono stato in campagna ad ammazzare i maiali». Solo anni dopo ricostruisce la verità e collega quei fatti alla realtà del triplice omicidio.
«Ho scoperto durante il maxi processo che dove ci appartavamo c'erano dei cadaveri nei pozzi». Nel racconto emergono anche momenti di violenza estrema e controllo totale «Io ero diventata scheletrica. Non mangiavo mai». E ancora: «Mi ha massacrato… avevo le costole rotte, la mandibola spostata, l'orecchio tagliato, il labbro che mi pendeva». Il controllo diventa anche psicologico: «Tu non sai chi sono io, io sono Dio! Io decido chi vive e chi muore qui». E la violenza si trasforma in umiliazione: «Mi ha preso per i capelli e mi ha urinato in faccia e mi ha detto: tu che vuoi scappare da me meriti questo».
«Io sono un caso di lupara bianca mancato». Il momento della svolta arriva in una campagna isolata: «Nel portabagagli ho visto la macchina del boss con due persone che erano quelle che seppellivano i cadaveri… lì ho capito che era finita». Il racconto di Teresa Potenza descrive anche una fase di vera e propria segregazione. La donna parla di una stanza d'albergo sulla statale, dove sarebbe stata rinchiusa e controllata.
Da lì, secondo la sua testimonianza, riesce a fuggire grazie all'aiuto di una giovane donna, ribattezzata "l'angelo biondo", che le permette di lasciare la struttura e raggiungere Roma. A Roma trova una casa famiglia e un percorso di ricostruzione. È lì che scopre la gravidanza: «Ho ascoltato per la prima volta il battito di mio figlio». E sul parto: «Il medico disse: questo bambino voleva proprio nascere». Il bambino nascerà sano, pesando quattro chili. Per lei diventa il centro della nuova vita, ma anche il motivo della paura: la consapevolezza di una minaccia costante legata al passato.
Negli anni successivi la sua testimonianza entra nel quadro investigativo dell'Operazione Cartagine, una delle più importanti inchieste della Direzione Investigativa Antimafia sulla criminalità cerignolana. Un'indagine che porta a oltre 60 arresti, di cui 15 condanne di ergastolo.
È il momento in cui la magistratura inizia a leggere la criminalità cerignolana non più come fenomeno frammentato, ma come sistema strutturato, definendola per la prima volta la quarta mafia Nel bilancio della sua vita, Teresa Potenza racconta il prezzo della sua scelta «Ho perso tutto: casa, lavoro, sicurezza, identità». E aggiunge che lo Stato non sempre ha garantito la protezione e il sostegno promessi a chi decide di collaborare o testimoniare. Ma anche la sintesi finale della sua storia: «La possibilità che ho guadagnato è quella di crescere mio figlio libero».
La sua storia è intrecciata agli anni più sanguinosi della criminalità ofantina e all'Operazione Cartagine, la maxi inchiesta della Dia che colpì la mafia foggiana negli anni Novanta. Teresa Potenza ha 17 anni quando incontra Giuseppe Mastrangelo. Ma la sua storia non comincia lì.
Comincia molto prima, con un'infanzia che lei stessa descrive come segnata da fragilità profonde. «Sono nata come una bambina non voluta», racconta. Un sentimento che la accompagna fin da piccolissima dentro una famiglia giovanissima e complessa: «I miei genitori erano giovanissimi, dei bambini, dei ragazzini».
Cresce con la sensazione costante di non avere una reale protezione: «Non sono mai stata libera nella mia vita. Da quando sono nata non ho mai potuto scegliere». Il primo trauma: l'abuso e il secondo colpo. A poco più di 14 anni inizia a lavorare in una fabbrica di confezioni. È lì che, nel suo racconto, subisce un abuso da parte del datore di lavoro. Un'esperienza che resta chiusa nel silenzio per anni. Il dolore, racconta, viene assorbito senza strumenti per elaborarlo. Ma il trauma non finisce lì.
Molto tempo dopo, durante le fasi processuali, arriva una scoperta che definisce devastante: «Questo è stato un altro colpo che io ho scoperto durante il processo, il maxiprocesso». In aula le viene chiesto: «Ma lei era al corrente che sua madre avesse una relazione col datore di lavoro?». E lei ricorda così quel momento: «Io sono rimasta impietrita e ho fatto finto di non mi importava». Un doppio livello di ferita: l'abuso subito e la percezione successiva di un tradimento familiare. A 17 anni incontra Giuseppe Mastrangelo. Lui ha 26 anni ed già inserito in un contesto criminale.
All'inizio, però, appare come una possibilità di fuga dalla sua realtà. «Per me era il primo uomo… mi sentivo scelta, mi sentivo amata, mi sentivo importante». E aggiunge: «Mi prometteva protezione, una vita nuova». Racconta gli appuntamenti lontano da casa, i viaggi sul Gargano, l'attesa continua di quei momenti: «Mi preparavo, mi mettevo il profumo, mi sentivo bella».
Ma qualcosa non torna. Gli incontri sono rari, sempre organizzati da lui, sempre lontani: «Ci vedevamo solo tre volte al mese, sempre in momenti scelti da lui e sempre di nascosto». La verità emerge improvvisamente durante un controllo delle forze dell'ordine «Una sera arriviamo a un posto di blocco. Gli chiedono i documenti e gli dicono: "Questa macchina è intestata a sua moglie"». È il momento in cui il castello costruito nella sua mente crolla: «Lì è crollato tutto il mio castello». Scopre così che Mastrangelo è sposato e ha già una famiglia. Ma ormai la relazione è già diventata qualcosa da cui uscire è sempre più difficile.
Il contesto in cui entra è quello della mafia cerignolana degli anni '90, che lei descrive così: «Cerignola, in quel periodo, erano gli anni in cui è scoppiata la guerra tra batterie, clan rivali… uccidevano tutti i giorni, tutti i giorni». Secondo le ricostruzioni giudiziarie dell'epoca, tra il 1987 e il 1993 si conterebbero circa 67 omicidi legati agli equilibri criminali del territorio, in un contesto dominato da "batterie" e gruppi in continua trasformazione.
Una struttura fluida, ma estremamente violenta, in cui il controllo del territorio passava attraverso estorsioni, traffico di droga e una lunga scia di morti. Una città attraversata dalla violenza e dalla scomparsa dei corpi: «Tutti i pozzi nelle campagne di Cerignola erano pieni di cadaveri… li buttavano lì, li facevano sparire lì».
In questo mondo, Teresa diventa parte della vita del boss: «Ero praticamente la sua testimone perfetta…il suo alibi». Il punto di rottura arriva quando lui rientra a casa dopo un episodio di sangue. «Quando lui commise questo triplice omicidio… è venuto a casa ed era tutto sporco di sangue vivo e mi rideva». La giustificazione è surreale: «Mi diceva: sono stato in campagna ad ammazzare i maiali». Solo anni dopo ricostruisce la verità e collega quei fatti alla realtà del triplice omicidio.
«Ho scoperto durante il maxi processo che dove ci appartavamo c'erano dei cadaveri nei pozzi». Nel racconto emergono anche momenti di violenza estrema e controllo totale «Io ero diventata scheletrica. Non mangiavo mai». E ancora: «Mi ha massacrato… avevo le costole rotte, la mandibola spostata, l'orecchio tagliato, il labbro che mi pendeva». Il controllo diventa anche psicologico: «Tu non sai chi sono io, io sono Dio! Io decido chi vive e chi muore qui». E la violenza si trasforma in umiliazione: «Mi ha preso per i capelli e mi ha urinato in faccia e mi ha detto: tu che vuoi scappare da me meriti questo».
«Io sono un caso di lupara bianca mancato». Il momento della svolta arriva in una campagna isolata: «Nel portabagagli ho visto la macchina del boss con due persone che erano quelle che seppellivano i cadaveri… lì ho capito che era finita». Il racconto di Teresa Potenza descrive anche una fase di vera e propria segregazione. La donna parla di una stanza d'albergo sulla statale, dove sarebbe stata rinchiusa e controllata.
Da lì, secondo la sua testimonianza, riesce a fuggire grazie all'aiuto di una giovane donna, ribattezzata "l'angelo biondo", che le permette di lasciare la struttura e raggiungere Roma. A Roma trova una casa famiglia e un percorso di ricostruzione. È lì che scopre la gravidanza: «Ho ascoltato per la prima volta il battito di mio figlio». E sul parto: «Il medico disse: questo bambino voleva proprio nascere». Il bambino nascerà sano, pesando quattro chili. Per lei diventa il centro della nuova vita, ma anche il motivo della paura: la consapevolezza di una minaccia costante legata al passato.
Negli anni successivi la sua testimonianza entra nel quadro investigativo dell'Operazione Cartagine, una delle più importanti inchieste della Direzione Investigativa Antimafia sulla criminalità cerignolana. Un'indagine che porta a oltre 60 arresti, di cui 15 condanne di ergastolo.
È il momento in cui la magistratura inizia a leggere la criminalità cerignolana non più come fenomeno frammentato, ma come sistema strutturato, definendola per la prima volta la quarta mafia Nel bilancio della sua vita, Teresa Potenza racconta il prezzo della sua scelta «Ho perso tutto: casa, lavoro, sicurezza, identità». E aggiunge che lo Stato non sempre ha garantito la protezione e il sostegno promessi a chi decide di collaborare o testimoniare. Ma anche la sintesi finale della sua storia: «La possibilità che ho guadagnato è quella di crescere mio figlio libero».

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