Il tenore di Cerignola Pantaleo Metta
Il tenore di Cerignola Pantaleo Metta
Vita di città

Tra dedizione e trionfi internazionali: il tenore di Cerignola Pantaleo Metta si racconta

L’intervista al tenore lirico Pantaleo Metta in merito al suo percorso artistico, le radici cerignolane e i progetti futuri

Da Cerignola ai palchi internazionali più prestigiosi, per trasmettere e far conoscere la sua arte. La voce del tenore lirico, originario di Cerignola, Pantaleo Metta incanta il pubblico con ruoli iconici come Nemorino in "Elisir d'amore", Rodolfo nella "Bohème" di Puccini e Cavaradossi in "Tosca".

Nato a Cerignola, Metta inizia privatamente gli studi di canto in età adulta sotto la guida di maestri come Concetta D'Alessandro e affinando in seguito la tecnica con il maestro Sherman Lowe. È stato ammesso in diverse masterclass di alto perfezionamento tenute da Inés Salazar, Barbara Frittoli e Bruna Baglioni.

È stato inoltre vincitore di concorsi nazionali ed internazionali e si è esibito in diversi oratori come Requiem e messa di incoronazione di Mozart e nona di Beethoven. Nel 2013 ha dato voce ad un jingle nella pubblicità per un noto Brand Italiano di moda cerimonia, andato in onda per le reti Mediaset. Dopo una breve carriera all'estero, ha iniziato la collaborazione con la Fondazione Petruzzelli e teatri di Bari nel 2007 e dal 2012 lavora in pianta stabile a seguito di concorsi.

Abbiamo quindi intervistato Pantaleo Metta, ponendogli alcune domande sul suo percorso artistico, sulle radici cerignolane e su eventuali progetti futuri.

Come è nato l'interesse per il canto lirico a Cerignola e quali sono stati i momenti chiave del suo percorso formativo con maestri come Concetta D'Alessandro e Sherman Lowe?

«È nato un pò per caso. Mi è sempre piaciuto cantare tanto che, a 13 anni, entrai a far parte del coro diocesano tenuto da Don Vincenzo Vino. A circa 20 anni feci una piccola audizione col Maestro Vincenzo Di Donato per entrare nel coro Salvatore Sacco e lì iniziai i primi rudimenti del canto corale che mi appassiona sempre più. Per motivi di carriera il Maestro Di Donato si trasferì e prese il suo posto il Maestro Ruscillo di Foggia il quale, dopo avermi ascoltato, mi invitò a fare una piccola audizione a Foggia per entrare a far parte del costituendo Coro Lirico U. Giordano dove conobbi il Maestro Concetta D'Alessandro la quale, ascoltandomi, mi chiese se avessi avuto intenzione di studiare canto. Ho sempre avuto la passione per la musica, in particolare per l'organo, ma non potevamo permetterci il lusso di mandare un figlio a un percorso accademico perché non c'erano le possibilità. Nel frattempo avevo aperto un laboratorio di restauro dopo aver fatto dei corsi di specializzazione. Non avendo tempo per lo studio del canto, andavo sporadicamente dal maestro per prendere qualche lezione. Ad un certo punto del percorso mi ha invitato a fare un concorso lirico, andato male ovviamente, ma mi ha acceso la consapevolezza delle mie qualità e ho iniziato ad essere sempre più costante e a ritagliarmi del tempo per gli esercizi a casa. Terminato col Maestro D'Alessandro, ho iniziato col Maestro Lowe recandomi mensilmente, a Venezia, con 2/3 lezioni consecutive facendo un lavoro di fino. Con loro ho imparato a capire le problematiche e a risolverle».

Qual è il suo legame più profondo con la terra di Capitanata e Cerignola ed in che modo questa origine ha influenzato alcuni ruoli che ha interpretato durante la sua carriera?

«Il mio è un legame molto profondo e viscerale che parte dalla semplice cucina, come ambasciata culturale, portando nei camerini dei teatri la bella di Cerignola come pezzetto di casa, i Cavatelli di grano arso col sartasciniello, quando eravamo in casa, cose molto semplici e facilmente reperibili, ai semplici proverbi e modi di dire che rappresentano la nostra identità e cultura. Questo bagaglio mi ha permesso di portare nei miei personaggi una verità che non si impara a scuola, ma che viene dalla strada e dalle radici, aiutandomi a dare loro una umanità genuina e meno stereotipata e che mi ha aiutato ad interpretare, dare grinta e passionalità a personaggi come Turiddu, Cavaradossi, Pagliacci, o la pazienza e la semplicità quando ho interpretato Nemorino. Ho cercato di portare fuori dai confini territoriali una Cerignola che è molto più dei fatti di cronaca. È la terra di Di Vittorio, Zingarelli, Pavoncelli. È dignità contadina e orgoglio creativo. È la mia terra!»

Quali sono i progetti artistici futuri, magari con nuovi ruoli o esibizioni all'estero, e cosa consiglia ad un giovane che vorrebbe intraprendere questa carriera?

«Al momento non ci sono progetti immediati, ma tanti sogni nel cassetto. Da qualche anno mi sono dedicato alla ricerca e, in qualità di neo-presidente dell'Associazione Culturale Filantropica e Musicale di Cerignola, alla valorizzazione del nostro territorio che ha tanto da raccontare, in base alla mia breve esperienza, e cercare di dare la possibilità ai giovani di potersi esprimere. Purtroppo bisogna fare i conti con le risorse, ahimè. Cosa dire ai giovani…L'importanza dello studio, la fame di imparare e approfondire, perché il talento senza metodo è come una macchina senza carburante. Purtroppo non ho avuto la possibilità di fare un percorso accademico e ho dovuto fare il 90% da autodidatta con tutte le difficoltà del caso. Non conta solo il traguardo, ma come ci si arriva. Ancora oggi vado dal Maestro almeno due volte l'anno per un lavoro di cesellatura sulla mia tecnica, cerco di studiare, approfondire, farmi un'idea di quello che è l'opera, cerco di capire cosa passa tra una nota e l'altra perchè la musica non è fatta solo di quello che è scritto ma, soprattutto, di quello che non è scritto. Come diceva Bud Spencer alla fine del film Banana Joe: "Se non studi sei un pinco pallino qualunque"».
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