
Cronaca
Giuseppe Monopoli a Ore 14 su Rai 2: «Non smetterò mai di chiedere giustizia per Donato, finché avrò fiato»
Il papà del 26enne morto nel 2019 dopo un pestaggio fuori da una discoteca di Foggia è stato ospite di Salvo Sottile su Rai 2. Al centro la riduzione delle condanne, il dolore della famiglia e una battaglia che continua da otto anni
Cerignola - giovedì 29 ottobre 2026
15.23
«Io parlerò sempre di Donato e chiederò giustizia finché avrò fiato». È la promessa di Giuseppe Monopoli, papà di Donato, intervenuto oggi, giovedì 29 ottobre, in diretta su Rai 2, ospite di Salvo Sottile a Ore 14. Una promessa che racchiude il dolore di una famiglia che da otto anni cerca risposte sulla morte del figlio, scomparso nel maggio 2019 dopo sette mesi di agonia in seguito a un pestaggio avvenuto fuori da una discoteca di Foggia.
Al centro dell'intervista, la sentenza del processo d'appello bis del luglio 2026, che ha rideterminato le pene per Francesco Stallone e Michele Verderosa, condannati per la vicenda. Una decisione che ha riacceso la sofferenza dei genitori di Donato, ancora in attesa di una giustizia che possa restituire loro almeno la sensazione che quanto accaduto al figlio non sia stato dimenticato.
È il 6 ottobre 2018 quando Donato Monopoli, 26 anni, viene colpito violentemente fuori da una discoteca di Foggia. Secondo la ricostruzione ripercorsa durante la trasmissione, il giovane sarebbe intervenuto per difendere un amico, finendo a sua volta vittima dell'aggressione. Dopo i colpi alla testa, cade a terra e non riprende più conoscenza. Muore nel maggio 2019, dopo sette mesi di coma.
Da quel momento comincia un lungo percorso o, per meglio dire , calvario giudiziario. Nel corso delle indagini emerge che Donato soffriva di un aneurisma cerebrale silente, una condizione preesistente che avrebbe ha assunto un ruolo centrale nel dibattimento processuale. Nel febbraio 2025 la Corte di Cassazione annulla con rinvio le precedenti decisioni, chiedendo un nuovo esame della vicenda.
Nel luglio 2026, la Corte d'Assise d'appello di Bari, nel processo bis, ridetermina le pene in soli sette anni e due mesi per Stallone e quattro anni e undici mesi per Verderosa. La responsabilità penale per la morte di Donato resta riconosciuta, ma la riduzione delle condanne diventa per la famiglia un'ulteriore ferita. Nelle motivazioni depositate a ottobre, secondo quanto riferito durante Ore 14, viene affrontato anche il tema della prevedibilità delle conseguenze dei colpi alla testa.
Davanti a Salvo Sottile, Giuseppe Monopoli fatica a trattenere la commozione quando sullo schermo compare la fotografia del figlio. Lo ricorda come un ragazzo sempre sorridente, pieno di energia, appassionato di sport e capace di portare allegria in casa.
Poi la voce si fa più dura, quando il discorso torna alle condanne.
«Io non capisco perché, se in quattro gradi di giudizio sono stati sempre ritenuti loro i colpevoli, ridurre la pena», dice il padre, spiegando quanto sia doloroso affrontare nuovamente una vicenda che ha segnato per sempre la sua famiglia.
Giuseppe torna anche sulla dinamica dell'aggressione, contestando quella che considera una minimizzazione della violenza subita dal figlio. Racconta che Donato si era messo in mezzo per dividere e che, dopo essere stato colpito, sarebbe stato raggiunto da altri colpi mentre si trovava a terra.
«Non era un semplice buffetto quello che ha preso Donato», afferma, ricordando la sofferenza vissuta dal figlio durante i sette mesi di agonia.
Il dolore, spiega, non riguarda soltanto la perdita di Donato, ma anche il modo in cui la famiglia ha dovuto attraversare il processo. «Hanno ammazzato non solo Donato, hanno ammazzato tutta la nostra famiglia». Una frase che restituisce la dimensione di una perdita impossibile da circoscrivere alla sola vittima.
Il padre usa un'espressione ancora più forte per descrivere la condizione dei familiari: «Noi, con i nostri figli, l'ergastolo alla vita l'abbiamo avuto». Mentre le pene vengono ridotte, per chi ha perso Donato non esiste alcuna possibilità di tornare indietro».
Da qui la domanda che Giuseppe rivolge idealmente a chiunque segua la vicenda: «Quanto vale la vita di nostro figlio? Vale sette e quattro anni?».
Nel corso dell'intervista, Sottile gli chiede se lui e la sua famiglia abbiano mai ricevuto delle scuse dai due condannati o dai loro familiari. La risposta è netta: «Assolutamente no. Né da loro, né dai loro familiari».
Giuseppe racconta inoltre di aver scritto una lettera al Presidente della Repubblica, nella speranza che qualcuno nelle istituzioni possa ascoltare la sua richiesta e contribuire a far sì che qualcosa cambi.
«Noi siamo stati lasciati soli, soli e abbandonati», afferma. Una solitudine che la famiglia prova a contrastare continuando a raccontare la storia di Donato, anche nelle scuole, con l'obiettivo di sensibilizzare i ragazzi e impedire che altre famiglie debbano vivere un'esperienza simile.
Il padre torna quindi al ricordo del figlio, descritto come un giovane pieno di vita, sempre in movimento, che cantava e parlava appena entrava in casa. Donato praticava sport e non sapeva di avere la patologia emersa successivamente dagli accertamenti medici.
«Fino a quella notte Donato era un ragazzo sanissimo», racconta. Da quel 6 ottobre, per la famiglia, tutto è cambiato. Durante la puntata viene riproposto anche un servizio del Tg1, realizzato nel marzo 2026, nel quale la mamma di Donato, Donata, racconta il proprio dolore. Le sue parole restituiscono il peso di un'assenza che il tempo non è riuscito ad attenuare: al risveglio, racconta, il primo pensiero è ancora la speranza che quanto accaduto sia stato soltanto un sogno.
«Sono passati otto anni, ma per me Donato non è mai andato via», dice la donna, ricordando come la presenza del figlio riempisse di luce la casa. Anche lei chiede che il percorso giudiziario possa finalmente offrire alla famiglia un po' di pace.
Dopo il servizio, Salvo Sottile lascia la parola agli ospiti in studio, che intervengono sulla vicenda e sulla riduzione delle condanne.
L'avvocato Carlo Taormina ha sollevato dubbi sulla riduzione delle pene, sostenendo che la patologia preesistente non avrebbe dovuto incidere sulla loro determinazione una volta escluso che fosse la causa esclusiva della morte.
Il giornalista Gianluca Zanella ha richiamato i casi di Willy Monteiro Duarte e Niccolò Ciatti, sottolineando come la conoscenza delle arti marziali non possa diventare un elemento per ridimensionare la responsabilità di chi ricorre alla violenza, anzi conoscere le tecniche di combattimento dovrebbe comportare una maggiore consapevolezza dei rischi della violenza
Anche Francesco Borgonovo e Massimo Lugli hanno insistito sulle conseguenze degli atti violenti e sulla responsabilità di chi possiede competenze nel combattimento. La psicologa e criminologa Anna Maria Gianni ha invece ripreso le parole del padre: «Elemosiniamo giustizia», evidenziando la doppia sofferenza di una famiglia che deve affrontare sia la perdita di un figlio sia l'insoddisfazione per l'esito giudiziario.
Giuseppe, intanto, non intende fermarsi. La sua battaglia continua perché Donato non venga dimenticato e perché la sua storia trovi ascolto. «Lo farò per tutta la vita, finché avrò fiato», ha ribadito in diretta.
Al centro dell'intervista, la sentenza del processo d'appello bis del luglio 2026, che ha rideterminato le pene per Francesco Stallone e Michele Verderosa, condannati per la vicenda. Una decisione che ha riacceso la sofferenza dei genitori di Donato, ancora in attesa di una giustizia che possa restituire loro almeno la sensazione che quanto accaduto al figlio non sia stato dimenticato.
È il 6 ottobre 2018 quando Donato Monopoli, 26 anni, viene colpito violentemente fuori da una discoteca di Foggia. Secondo la ricostruzione ripercorsa durante la trasmissione, il giovane sarebbe intervenuto per difendere un amico, finendo a sua volta vittima dell'aggressione. Dopo i colpi alla testa, cade a terra e non riprende più conoscenza. Muore nel maggio 2019, dopo sette mesi di coma.
Da quel momento comincia un lungo percorso o, per meglio dire , calvario giudiziario. Nel corso delle indagini emerge che Donato soffriva di un aneurisma cerebrale silente, una condizione preesistente che avrebbe ha assunto un ruolo centrale nel dibattimento processuale. Nel febbraio 2025 la Corte di Cassazione annulla con rinvio le precedenti decisioni, chiedendo un nuovo esame della vicenda.
Nel luglio 2026, la Corte d'Assise d'appello di Bari, nel processo bis, ridetermina le pene in soli sette anni e due mesi per Stallone e quattro anni e undici mesi per Verderosa. La responsabilità penale per la morte di Donato resta riconosciuta, ma la riduzione delle condanne diventa per la famiglia un'ulteriore ferita. Nelle motivazioni depositate a ottobre, secondo quanto riferito durante Ore 14, viene affrontato anche il tema della prevedibilità delle conseguenze dei colpi alla testa.
Davanti a Salvo Sottile, Giuseppe Monopoli fatica a trattenere la commozione quando sullo schermo compare la fotografia del figlio. Lo ricorda come un ragazzo sempre sorridente, pieno di energia, appassionato di sport e capace di portare allegria in casa.
Poi la voce si fa più dura, quando il discorso torna alle condanne.
«Io non capisco perché, se in quattro gradi di giudizio sono stati sempre ritenuti loro i colpevoli, ridurre la pena», dice il padre, spiegando quanto sia doloroso affrontare nuovamente una vicenda che ha segnato per sempre la sua famiglia.
Giuseppe torna anche sulla dinamica dell'aggressione, contestando quella che considera una minimizzazione della violenza subita dal figlio. Racconta che Donato si era messo in mezzo per dividere e che, dopo essere stato colpito, sarebbe stato raggiunto da altri colpi mentre si trovava a terra.
«Non era un semplice buffetto quello che ha preso Donato», afferma, ricordando la sofferenza vissuta dal figlio durante i sette mesi di agonia.
Il dolore, spiega, non riguarda soltanto la perdita di Donato, ma anche il modo in cui la famiglia ha dovuto attraversare il processo. «Hanno ammazzato non solo Donato, hanno ammazzato tutta la nostra famiglia». Una frase che restituisce la dimensione di una perdita impossibile da circoscrivere alla sola vittima.
Il padre usa un'espressione ancora più forte per descrivere la condizione dei familiari: «Noi, con i nostri figli, l'ergastolo alla vita l'abbiamo avuto». Mentre le pene vengono ridotte, per chi ha perso Donato non esiste alcuna possibilità di tornare indietro».
Da qui la domanda che Giuseppe rivolge idealmente a chiunque segua la vicenda: «Quanto vale la vita di nostro figlio? Vale sette e quattro anni?».
Nel corso dell'intervista, Sottile gli chiede se lui e la sua famiglia abbiano mai ricevuto delle scuse dai due condannati o dai loro familiari. La risposta è netta: «Assolutamente no. Né da loro, né dai loro familiari».
Giuseppe racconta inoltre di aver scritto una lettera al Presidente della Repubblica, nella speranza che qualcuno nelle istituzioni possa ascoltare la sua richiesta e contribuire a far sì che qualcosa cambi.
«Noi siamo stati lasciati soli, soli e abbandonati», afferma. Una solitudine che la famiglia prova a contrastare continuando a raccontare la storia di Donato, anche nelle scuole, con l'obiettivo di sensibilizzare i ragazzi e impedire che altre famiglie debbano vivere un'esperienza simile.
Il padre torna quindi al ricordo del figlio, descritto come un giovane pieno di vita, sempre in movimento, che cantava e parlava appena entrava in casa. Donato praticava sport e non sapeva di avere la patologia emersa successivamente dagli accertamenti medici.
«Fino a quella notte Donato era un ragazzo sanissimo», racconta. Da quel 6 ottobre, per la famiglia, tutto è cambiato. Durante la puntata viene riproposto anche un servizio del Tg1, realizzato nel marzo 2026, nel quale la mamma di Donato, Donata, racconta il proprio dolore. Le sue parole restituiscono il peso di un'assenza che il tempo non è riuscito ad attenuare: al risveglio, racconta, il primo pensiero è ancora la speranza che quanto accaduto sia stato soltanto un sogno.
«Sono passati otto anni, ma per me Donato non è mai andato via», dice la donna, ricordando come la presenza del figlio riempisse di luce la casa. Anche lei chiede che il percorso giudiziario possa finalmente offrire alla famiglia un po' di pace.
Dopo il servizio, Salvo Sottile lascia la parola agli ospiti in studio, che intervengono sulla vicenda e sulla riduzione delle condanne.
L'avvocato Carlo Taormina ha sollevato dubbi sulla riduzione delle pene, sostenendo che la patologia preesistente non avrebbe dovuto incidere sulla loro determinazione una volta escluso che fosse la causa esclusiva della morte.
Il giornalista Gianluca Zanella ha richiamato i casi di Willy Monteiro Duarte e Niccolò Ciatti, sottolineando come la conoscenza delle arti marziali non possa diventare un elemento per ridimensionare la responsabilità di chi ricorre alla violenza, anzi conoscere le tecniche di combattimento dovrebbe comportare una maggiore consapevolezza dei rischi della violenza
Anche Francesco Borgonovo e Massimo Lugli hanno insistito sulle conseguenze degli atti violenti e sulla responsabilità di chi possiede competenze nel combattimento. La psicologa e criminologa Anna Maria Gianni ha invece ripreso le parole del padre: «Elemosiniamo giustizia», evidenziando la doppia sofferenza di una famiglia che deve affrontare sia la perdita di un figlio sia l'insoddisfazione per l'esito giudiziario.
Giuseppe, intanto, non intende fermarsi. La sua battaglia continua perché Donato non venga dimenticato e perché la sua storia trovi ascolto. «Lo farò per tutta la vita, finché avrò fiato», ha ribadito in diretta.


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