
Cronaca
«Quanto vale la vita di un figlio in Italia?» Il grido di Giuseppe Monopoli arriva al Parlamento
Dopo l’Appello bis sulla morte di Donato, il padre torna a chiedere una risposta alle istituzioni: «Non chiedo vendetta. Chiedo che lo Stato cambi le leggi»
Cerignola - sabato 5 settembre 2026
15.29
Non è ancora finita la battaglia della famiglia Monopoli. A distanza di quasi otto anni da quella notte che cambiò per sempre la vita di una famiglia e di un'intera comunità, Giuseppe Monopoli torna a parlare. E questa volta sceglie di rivolgersi direttamente a chi le leggi le scrive.
Lo fa attraverso una lettera aperta indirizzata ai parlamentari, ai giudici e alle istituzioni, dopo l'ultima sentenza arrivata al termine del nuovo processo d'Appello disposto dalla Cassazione. Una lettera nella quale il padre di Donato non nasconde la propria amarezza, ma prova a trasformare il dolore personale in una richiesta politica e istituzionale.
«Vi scrivo da padre. Un padre che ha passato sette lunghi mesi accanto al letto d'ospedale di suo figlio, sospeso tra la vita e la morte, aggrappato a ogni minimo respiro di Donato, prima di doverglielo vedere spegnere per sempre».
Donato Monopoli aveva 26 anni quando venne aggredito, nella notte del 6 ottobre 2018, all'interno di una discoteca di Foggia. Era intervenuto durante una lite che aveva coinvolto un amico. Da quella notte iniziò una lunga agonia: sette mesi di coma, fino alla morte avvenuta nel maggio del 2019.
Da allora, per la famiglia, è iniziato anche un lungo percorso giudiziario, attraversato da sentenze, riqualificazioni del reato, annullamenti e nuovi processi. Lo scorso 13 luglio, la seconda sezione della Corte d'Appello di Bari, nell'Appello bis, ha condannato Francesco Stallone a 7 anni e 2 mesi di reclusione e Michele Verderosa a 4 anni, 11 mesi e 20 giorni, confermando la qualificazione dei fatti come omicidio preterintenzionale.
Una decisione che non ha chiuso la vicenda. La famiglia ha infatti annunciato la volontà di proseguire il proprio percorso in Cassazione.
È proprio davanti a questo lungo susseguirsi di procedimenti che Giuseppe Monopoli affida alla sua lettera tutta la propria frustrazione.
«Nelle vostre aule ho assistito a uno spettacolo che logora l'anima: ho visto scomporre la vita di mio figlio in cavilli e perizie. Ho visto concedere il massimo delle tutele, degli sconti di pena e della comprensione a chi ha colpito, mentre il nostro dolore di genitori veniva spinto nell'ombra, come fosse una nota a margine».
Ma il messaggio del padre di Donato non vuole fermarsi alla vicenda giudiziaria di suo figlio. Monopoli guarda anche agli episodi di violenza che continuano a verificarsi in Italia e pone una domanda più ampia sulla tutela delle vittime.
«La storia di Donato non è un caso isolato. I tanti episodi simili accaduti di recente in tutta Italia dimostrano una realtà drammatica: troppe giovani vite vengono spezzate con violenza per futili motivi o per aver tentato di aiutare qualcuno».
Il punto centrale della lettera è proprio questo: cosa accade quando un'aggressione violenta provoca conseguenze irreversibili, ma la responsabilità viene valutata anche alla luce dell'assenza di una volontà diretta di uccidere?
«Come è possibile che la legge si mostri così attenta a comprendere la 'mancanza di intenzione' o la giovane età di chi commette un atto violento, e totalmente sorda davanti all'agonia di chi quella violenza l'ha subita? Perché il diritto alla difesa deve trasformarsi nella minimizzazione dell'accaduto e nella svalutazione di una vita umana? Come si misura la responsabilità quando un ragazzo perde il futuro per aver fatto la cosa più bella che c'è, ovvero aiutare un amico?».
Poi Giuseppe Monopoli chiama in causa direttamente la politica. «C'è un parlamentare che abbia il coraggio di metterci la faccia?».
E ancora: «C'è un politico, un rappresentante dello Stato, un membro delle Commissioni Giustizia che voglia guardare negli occhi un padre ed ascoltare questo grido di dolore? In campagna elettorale tutti parlano di sicurezza, di tutela dei cittadini e di vicinanza alle famiglie. Ma quando un ragazzo viene aggredito, quando passa sette mesi in coma e poi muore, la politica spesso scompare».
Una richiesta che il padre di Donato precisa di non voler trasformare in una richiesta di vendetta.
«Io non sto chiedendo vendetta. Sto chiedendo che le istituzioni si facciano carico delle falle di un sistema che non garantisce vera giustizia. Chiedo a un parlamentare di avere la forza di ascoltarci, di non lasciarci soli, di portare la storia di Donato e delle tante vittime come lui nelle aule del Parlamento, facendosi promotore di una riforma vera su come vengono trattati questi reati e sul rispetto dovuto a chi perde la vita».
Una battaglia che per Giuseppe e per la famiglia Monopoli continua ormai da anni. Una battaglia che non può restituire Donato ai suoi cari e che nessuna sentenza potrà cancellare.
Ma il padre vuole che almeno il sacrificio del figlio lasci qualcosa alle istituzioni e a chi, in futuro, potrebbe trovarsi davanti a una storia simile.
La lettera si chiude con la domanda che racchiude tutto il dolore di questi anni:
«Mio figlio Donato non torna più. Nessuna sentenza me lo restituirà. Ma finché avrò fiato, pretenderò che lo Stato risponda a questa domanda: quanto vale la vita di un figlio in Italia?».
Lo fa attraverso una lettera aperta indirizzata ai parlamentari, ai giudici e alle istituzioni, dopo l'ultima sentenza arrivata al termine del nuovo processo d'Appello disposto dalla Cassazione. Una lettera nella quale il padre di Donato non nasconde la propria amarezza, ma prova a trasformare il dolore personale in una richiesta politica e istituzionale.
«Vi scrivo da padre. Un padre che ha passato sette lunghi mesi accanto al letto d'ospedale di suo figlio, sospeso tra la vita e la morte, aggrappato a ogni minimo respiro di Donato, prima di doverglielo vedere spegnere per sempre».
Donato Monopoli aveva 26 anni quando venne aggredito, nella notte del 6 ottobre 2018, all'interno di una discoteca di Foggia. Era intervenuto durante una lite che aveva coinvolto un amico. Da quella notte iniziò una lunga agonia: sette mesi di coma, fino alla morte avvenuta nel maggio del 2019.
Da allora, per la famiglia, è iniziato anche un lungo percorso giudiziario, attraversato da sentenze, riqualificazioni del reato, annullamenti e nuovi processi. Lo scorso 13 luglio, la seconda sezione della Corte d'Appello di Bari, nell'Appello bis, ha condannato Francesco Stallone a 7 anni e 2 mesi di reclusione e Michele Verderosa a 4 anni, 11 mesi e 20 giorni, confermando la qualificazione dei fatti come omicidio preterintenzionale.
Una decisione che non ha chiuso la vicenda. La famiglia ha infatti annunciato la volontà di proseguire il proprio percorso in Cassazione.
È proprio davanti a questo lungo susseguirsi di procedimenti che Giuseppe Monopoli affida alla sua lettera tutta la propria frustrazione.
«Nelle vostre aule ho assistito a uno spettacolo che logora l'anima: ho visto scomporre la vita di mio figlio in cavilli e perizie. Ho visto concedere il massimo delle tutele, degli sconti di pena e della comprensione a chi ha colpito, mentre il nostro dolore di genitori veniva spinto nell'ombra, come fosse una nota a margine».
Ma il messaggio del padre di Donato non vuole fermarsi alla vicenda giudiziaria di suo figlio. Monopoli guarda anche agli episodi di violenza che continuano a verificarsi in Italia e pone una domanda più ampia sulla tutela delle vittime.
«La storia di Donato non è un caso isolato. I tanti episodi simili accaduti di recente in tutta Italia dimostrano una realtà drammatica: troppe giovani vite vengono spezzate con violenza per futili motivi o per aver tentato di aiutare qualcuno».
Il punto centrale della lettera è proprio questo: cosa accade quando un'aggressione violenta provoca conseguenze irreversibili, ma la responsabilità viene valutata anche alla luce dell'assenza di una volontà diretta di uccidere?
«Come è possibile che la legge si mostri così attenta a comprendere la 'mancanza di intenzione' o la giovane età di chi commette un atto violento, e totalmente sorda davanti all'agonia di chi quella violenza l'ha subita? Perché il diritto alla difesa deve trasformarsi nella minimizzazione dell'accaduto e nella svalutazione di una vita umana? Come si misura la responsabilità quando un ragazzo perde il futuro per aver fatto la cosa più bella che c'è, ovvero aiutare un amico?».
Poi Giuseppe Monopoli chiama in causa direttamente la politica. «C'è un parlamentare che abbia il coraggio di metterci la faccia?».
E ancora: «C'è un politico, un rappresentante dello Stato, un membro delle Commissioni Giustizia che voglia guardare negli occhi un padre ed ascoltare questo grido di dolore? In campagna elettorale tutti parlano di sicurezza, di tutela dei cittadini e di vicinanza alle famiglie. Ma quando un ragazzo viene aggredito, quando passa sette mesi in coma e poi muore, la politica spesso scompare».
Una richiesta che il padre di Donato precisa di non voler trasformare in una richiesta di vendetta.
«Io non sto chiedendo vendetta. Sto chiedendo che le istituzioni si facciano carico delle falle di un sistema che non garantisce vera giustizia. Chiedo a un parlamentare di avere la forza di ascoltarci, di non lasciarci soli, di portare la storia di Donato e delle tante vittime come lui nelle aule del Parlamento, facendosi promotore di una riforma vera su come vengono trattati questi reati e sul rispetto dovuto a chi perde la vita».
Una battaglia che per Giuseppe e per la famiglia Monopoli continua ormai da anni. Una battaglia che non può restituire Donato ai suoi cari e che nessuna sentenza potrà cancellare.
Ma il padre vuole che almeno il sacrificio del figlio lasci qualcosa alle istituzioni e a chi, in futuro, potrebbe trovarsi davanti a una storia simile.
La lettera si chiude con la domanda che racchiude tutto il dolore di questi anni:
«Mio figlio Donato non torna più. Nessuna sentenza me lo restituirà. Ma finché avrò fiato, pretenderò che lo Stato risponda a questa domanda: quanto vale la vita di un figlio in Italia?».


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