Antonello Di PInto
Antonello Di PInto

Non il genio, ma l’uomo: il Michelangelo raccontato da Antonello Di Pinto

A Cerignola la prima presentazione nazionale di “A due centimetri dall’eternità”

La prima presentazione nazionale di A due centimetri dall'eternità arriva a Cerignola. Il nuovo libro di Antonello Di Pinto, pittore, scrittore e studioso delle opere d'arte, è stato presentato nell'ambito della Fiera del Libro, in un appuntamento coordinato dall'associazione Arte e Fatti e moderato dal presidente Luca Gasparro.

Una scelta non casuale quella di portare proprio a Cerignola il nuovo lavoro di Di Pinto. Come ricordato da Gasparro durante l'introduzione, si tratta della quinta presentazione realizzata insieme all'autore in pochi anni e, dopo il precedente lavoro dedicato a Caravaggio, anche questa volta Di Pinto ha scelto la città ofantina come punto di partenza per la sua nuova pubblicazione.

Un legame con Cerignola che lo stesso autore ha voluto sottolineare durante la serata, definendola «la città più caravaggesca che esiste». Una città, ha spiegato Di Pinto, «fatta di ombre insondabili, ma anche di luci folgoranti», proprio come quella realtà culturale che, attraverso associazioni, giovani e iniziative, continua a proporre e a far fermentare idee. Un riconoscimento che lega ancora una volta il suo percorso alla città, già protagonista della presentazione del precedente libro dedicato a Caravaggio.

Il libro non è, però, la consueta biografia di uno dei più grandi artisti della storia. La prospettiva scelta dall'autore è diversa: entrare negli ultimi istanti della vita di Michelangelo, quando ormai anziano e vicino alla morte si ritrova a fare i conti con la propria esistenza, con ciò che ha realizzato e con ciò che, nonostante tutto, sente ancora di dover raggiungere.

È qui che emerge il Michelangelo raccontato da Di Pinto: non soltanto il genio della Cappella Sistina, del David, del Mosè e della Pietà, ma soprattutto l'uomo. Un uomo tormentato, ossessionato dalla creazione e dalla ricerca della bellezza, continuamente spinto a superare i propri limiti. Un uomo che ha conosciuto la fama ma anche la solitudine, il conflitto, il desiderio, l'amore e le proprie fragilità.

«Gli artisti non andrebbero visti da troppo vicino», ha spiegato Di Pinto. Perché dietro l'opera che arriva fino a noi rimangono spesso nascoste le debolezze, le paure, le angosce e le frustrazioni dell'uomo che l'ha realizzata. Ed è proprio questo il punto di partenza del libro. «L'arte è una scrittura», ha raccontato Di Pinto durante la presentazione.

Come la grafia può rivelare qualcosa della personalità di chi scrive, anche la scultura diventa il linguaggio dell'artista. Nei colpi di scalpello di Michelangelo, dunque, l'autore prova a cercare l'uomo che si nasconde dietro il capolavoro. Un uomo che, secondo il racconto di Di Pinto, fu anche profondamente fragile. Michelangelo conobbe paure, angosce e momenti di forte sofferenza. Una fragilità che, osservata da vicino, cambia anche il modo di guardare le sue opere.

Al centro del libro c'è poi quella distanza evocata dal titolo: i poco più di due centimetri che separano il dito di Dio da quello di Adamo nella Creazione della Cappella Sistina. Per Di Pinto non si tratta soltanto di una distanza fisica, ma della distanza tra l'uomo e Dio, tra ciò che l'essere umano può percepire e ciò che non riesce mai completamente a raggiungere.

«Io ti sento, ti percepisco, quasi quasi ti sfioro, sento il tuo fiato addosso, io so che esisti, ma tuttavia non riesco a toccarti», ha spiegato l'autore. È la fede, secondo la sua lettura: la percezione di qualcosa che si avverte vicino, che attraversa lo spazio e il tempo, ma che rimane impalpabile.

Una riflessione che si lega anche al precedente lavoro di Di Pinto dedicato a Caravaggio, Il portale per arrivare a Dio. Se nelle opere del pittore lombardo l'osservatore attraversa idealmente un portale verso il divino, con Michelangelo quella ricerca si ferma a una distanza minima, quasi beffarda: quei due centimetri che sembrano separare l'uomo dall'eternità.

Durante la presentazione non è mancato poi un lungo passaggio sulla Pietà, realizzata da Michelangelo quando aveva appena vent'anni. Di Pinto ha posto l'attenzione su un particolare spesso osservato con gli occhi del critico d'arte ma meno con quelli dell'uomo: una Madonna giovanissima che tiene sulle gambe il corpo adulto di Cristo.

«La Pietà è l'opera più complessa che possa mai eseguire un artista», ha spiegato. Perché rappresenta una madre che sopravvive al proprio figlio, una delle immagini più dolorose della storia dell'arte. Eppure Michelangelo sceglie di rappresentare Maria come una ragazza, quasi una bambina, capace di sostenere sul grembo il corpo di un uomo adulto.

È proprio nella figura della madre che Di Pinto individua una forza superiore a tutte le altre: «La mamma smuove le montagne, regge il mondo intero». Di Pinto racconta un Michelangelo che pensava moltissimo, ma che non riusciva a realizzare tutto ciò che aveva in mente.

Da qui nasce il concetto di incompiuto, che per l'autore non rappresenta una mancanza, ma una possibilità: ciò che è compiuto è finito, chiuso, non lascia più spazio a nuove scoperte; ciò che rimane incompiuto, invece, continua ad aprirsi verso l'infinito. In questa prospettiva assume particolare significato la Pietà Rondanini, rimasta accanto a Michelangelo fino alla fine della sua vita.

L'altro passaggio racconta il rapporto quasi ossessivo di Michelangelo con il tempo. Di Pinto riflette sull'idea che il tempo sia legato alla percezione dello spazio e racconta un artista che, arrivato a novant'anni, continuava a lavorare e a pensare di avere ancora qualcosa da fare. La clessidra diventa così una metafora della sua esistenza: nell'ultimo granello di sabbia che cade si concentra tutta la vita trascorsa, e Michelangelo, guardandosi indietro, si rende conto che tutto ciò che ha fatto non gli sembra ancora abbastanza.

Ma Di Pinto racconta soprattutto come Michelangelo muore, non semplicemente come è vissuto: un uomo che fino all'ultimo sembra aspettarsi un segno da Dio, quasi che dopo tutto ciò che ha realizzato per lui Dio debba venire a prenderlo. E invece la morte arriva senza clamore, senza una grande scena, quasi come una candela che lentamente si spegne. Il senso è quello di un artista che, nonostante una vita lunghissima e una produzione immensa, non sente mai di aver raggiunto definitivamente ciò che cercava.

A due centimetri dall'eternità diventa così un viaggio dentro Michelangelo, ma soprattutto dentro il rapporto tra l'uomo e ciò che cerca per tutta la vita senza riuscire mai ad afferrarlo completamente: la bellezza, la perfezione, il divino.

E forse è proprio qui che si trova il senso di quella distanza minima raccontata da Di Pinto: Michelangelo, nonostante fosse considerato uno degli artisti più grandi di sempre, rimane un uomo che continua a cercare. Un uomo che, anche davanti alla propria grandezza, sente di avere ancora qualcosa da imparare.
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