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Collateral Beauty, cosa si nasconde dietro i drammi della vita

Il film commuove ma allo stesso tempo lascia alcune perplessità

Amore, Tempo, Morte: per Howard sono i concetti che tengono in contatto ogni singolo essere umano sulla Terra. O almeno è quello che pensa prima della tragica scomparsa della figlia di soli sei anni, che lo farà sprofondare in uno stato depressivo apparentemente senza via di fuga, dal quale gli amici più stretti proveranno a farlo uscire architettando un piano originale, con l'aiuto di tre attori teatrali in cerca di (ri)lancio.

Un soggetto che, di per sé, lascia presagire un film a forte carica emozionale. E infatti Collateral Beauty di David Frankel commuove, ma la sceneggiatura sembra prendere alcune strade forzate e confuse, che sembrano indebolire le grandi premesse della pellicola. A cominciare dall'eccessivo spazio dedicato alle scene per descrivere le vite degli altri personaggi principali: Whit, odiato dalla figlia dopo aver divorziato da sua moglie; Claire, che si tormenta per il fatto di non essere riuscita ad avere figli; Simon, che nasconde alla famiglia la riapparizione di un tumore che credeva di aver sconfitto. Il tutto a discapito di una maggiore esplorazione dell'interiorità di Howard, il protagonista della storia, dirigente pubblicitario un tempo brillante ma che ora detesta la vita, crollatagli addosso come le tessere di un domino, tema ricorrente nel film.

L'analisi del personaggio interpretato da Will Smith, infatti, sembra lasciata a metà: non viene investigata in profondità la sua depressione e, soprattutto nella prima parte, il suo ostinato mutismo non permette di approfondire alcuni tratti che, tuttavia, emergeranno nel corso della narrazione. Non entusiasma nemmeno la regia, soprattutto nelle scene in cui Howard interagisce con Amore, Tempo e Morte credendo di avere delle allucinazioni. Da un cast stellare, formato da due premi oscar (Kate Winslet ed Helen Mirren) e tre candidati alla statuetta (lo stesso Smith, Edward Norton, Keira Knightley) era lecito, inoltre, aspettarsi di più. Proprio la Knightley sembra spaesata nell'interpretare l'Amore e la scelta di puntare su un giovane attore semisconosciuto (Jacob Latimore) per impersonare il Tempo pare un po' azzardata. Piace tantissimo, invece, Naomie Harris, nel ruolo di una donna che ha creato un centro di accoglienza per genitori che hanno perso figli.

Nel film, gli amici e colleghi di Howard faranno di tutto per dimostrare il sopraggiunto squilibrio mentale del protagonista, ingaggiando anche un'investigatrice privata, in modo da fargli firmare dei documenti che permetteranno loro di vendere la società per cui lavorano. In realtà i tre sono animati da affetto fraterno nei suoi confronti e si renderanno conto di essersi spinti troppo nella manipolazione della sua mente. Howard riuscirà a ritrovare vigore ed esprimerà gratitudine ai suoi amici per il loro aiuto? E' quello che si chiederà lo spettatore per quasi tutta la vicenda.

Il finale a sorpresa e, per certi versi, sconvolgente riporta sulla strada giusta una storia che sembrava non avere una via d'uscita. Non era semplice rappresentare il dramma di un uomo causato dalla morte di una figlia. Apprezzabile e dignitosa, al riguardo, la prova attoriale di Will Smith, convincente ma penalizzato da alcune ridondanze sceniche e dialoghi non sempre all'altezza.
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