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Mors tua, sogno mio

Recensione del film "La foresta dei sogni"

Quante volte l'abbiamo detto: "i giapponesi sono avanti" ma pensare che avessero addirittura un luogo fisico per l'espressione "ma va a morì ammazzato" sarebbe stato troppo ardito.
Eppure questo luogo esiste. Si chiama Aokigahara, ed è appunto una foresta giapponese nota non per le gite fuori porta o i campeggi, ma per i suicidi, seconda al mondo solo al Golden Gate Bridge di San Francisco.

All'ingresso della suddetta foresta il dottor Arthur Brennan, interpretato da Matthew McConaughey, trova al posto dei classici avvisi che invitano a raccogliere i rifiuti e a non gettare cicche per terra, cartelli con frasi che invitano il visitatore a ripensare al significato della propria vita.

Come Dante si ritrova smarrito in questa selva verde perché non riesce ad accettare, non la morte della moglie a cui è stato diagnosticato un tumore al cervello, ma il modo in cui questa muore, poichè dopo essere stata operata si scopre che la massa asportata era benigna.

La scienza ha una spiegazione per tutto tranne che per gli scherzi della sorte.

Per il dottor Brennan è decisamente troppo. Si dice che a tutto c'è rimedio tranne che alla morte, il dottore invece non ci sta ma paradossalmente l'unico rimedio che riesce a trovare è la morte stessa, ma proprio nel fitto del bosco tutto si fa più chiaro.

La compagnia di un altro sventurato, Takumi Nakamura, interpretato da Ken Watanabe, sarà risolutiva, sarà il suo Virgilio e anche la sua Beatrice. Scoprirà così che un altro rimedio c'è ed è abbandonarsi completamente all'ignoto, alla fantasia e al sogno.

Il nome giapponese della foresta significa Mare di Alberi e il titolo italiano del film sebbene non le renda giustizia, è forse più attinente a quel che succede al dottor Brennan.
Un sogno da cui si sveglia con le idee più chiare e forse la mente più aperta. Parafrasando Maurizio Crozza nell'imitazione di Zichichi potremmo dire "questa è sciiienza".
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